Thursday, April 30, 2009

W il primo Maggio 2009, di Mario Pulimanti

W il primo Maggio 2009. Il mondo ha bisogno di pace e di giustizia per garantire a tutti l’accesso ai diritti umani fondamentali, gestendo il bene pubblico globale attraverso istituzioni internazionali democratiche. Cibo, acqua, giustizia, libertà, pace e lavoro per tutti. Festeggiare il 1 maggio è una scelta simbolica: infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. Da oltre un secolo questa è una festa di lotta e di impegno civile per tutti: lavoratori, disoccupati ed emarginati. E' diventato un appuntamento anche il tradizionale concerto che i sindacati confederali organizzano in piazza San Giovanni a Roma. Ma mi accorgo solo ora di non essermi ancora presentato. Rimedio subito. Mi chiamo Mario, sono romano ed abito ad Ostia. Sono un uomo di città, abituato alla minacciosa e benigna cacofonia metropolitana. Tanto che, a volte, le incursioni nel silenzio extraurbano mi innervosiscono. Nessuno sa niente di me. Mi sono tenuto fuori dai radar. Le persone che hanno conosciuto mio padre, affermano che sono il suo ritratto. Lui, il poeta Antonio Valeriano, ha più volte mostrato il proprio coraggio, ma ancora di più ne ha dimostrato nell’ultima battaglia, quella contro la malattia che nel 1992 lo ha ucciso, ma non piegato. Ho sempre fatto tesoro dei suoi consigli. So quando è il tempo di passare all’azione o di starne fuori. Tuttavia ci sono cose che facciamo perché ne abbiamo voglia e altre che facciamo perché ci tocca. Questione di sopravvivenza. E’ scontato dire che lavorare rientra nella seconda categoria. Certo, le mie finanze non sono proprio solide. Tuttavia non ho, per questo motivo, mai avuto problemi mentali o emotivo e non faccio uso di antidepressivi. Porto la fede all’anulare, ho i capelli precocemente argentati e amo prendere la vita con humour e noncuranza. In Ufficio non ho fatto molta strada. Non sono nemmeno rimasto al palo. Non tiro certo a campare ma, non avendo raccomandazioni da sfruttare, dovrei mettere ancora di più l’anima nel mio lavoro. In ogni caso mi sento il sole dentro questa mattina e non solo perché sta arrivando la festa del 1 maggio. Rivolgo lo sguardo fuori dalle mura domestiche. Ecco, l’ho fatto. E cosa vedo intorno a me? Liberali, radicali, membri delle minoranze tanto sul piano razziale quanto sull’orientamento sessuale, sostenitori dei programmi sociali, dell’assistenza sanitaria migliore per i poveri, del diritto all’aborto, dei diritti dei gay, dei detenuti, dei lavoratori che giustamente lottano per difendere i loro diritti continuamente messi in pericolo da forze reazionarie più o meno temibili. Non amo i reazionari e detesto gli integralisti. Entrambi da evitare come la peste. Si pensa sempre che gli assolutisti, dogmatici e prepotenti, di qualsiasi colore politico, siano quelli che mettono le bombe negli edifici pubblici, ma quella gente non ha il monopolio quando si tratta di uccidere per i propri principi. Tanto è vero che buona parte del terrorismo risulta essere opera di fanatici religiosi, i soli veri estremisti radicali. Del resto gli eccessi confessionali non li ho mai compresi. Sono robe medievali, che appartengono a culture a noi europei ormai lontane anni luce! Quasi certamente in luoghi così distanti anche le regole del vivere sono diverse, forse ciò che è buono a Roma ed a Firenze non lo è a La Mecca o a Medina, dove gli uomini vedono la realtà secondo il loro modo di intendere e di considerare. Inquietante. Ma sono riflessioni che non mi toccano più di tanto, cose che non racconterò di certo al mio secondogenito Alessandro quando sarà più grande. Forse in quei posti la mancanza di libertà comprime ogni possibilità di progettare. Comunque io, cittadino dell’Urbe, auspico un ritorno alla riscoperta delle nostre tradizioni. Ma adesso, silenzio! Ho un’idea. Vado a san Giovanni, dove sta per cominciare il concerto del 1 maggio, evento da non perdere per un appassionato di musica come me. Il concerto si terrà a partire dalle ore 16 e fino alle 24 ed il presentatore dell’evento sarà Sergio Castellitto.Questo l’elenco dei cantanti annunciati che saranno presenti al Concerto Primo Maggio a Roma 2009: Afterhours con 2 ospiti eccezionali: Cristiano Godano dei Marlene Kuntz e Samuel Romano dei Subsonica; il gruppo Indie composto da Roberto Angelini; Beatrica Antolini; Cesare Basile; Paolo Benvegnù; Dente e Marta Sui Tubi; Asian Dub Foundation; Enzo Avitabile e i Bottari di Portico; Bandabardò; Edoardo Bennato; Caparezza; Casinò Royale; Cisco; Giorgia; Motel Connection; Nomadi; PFM; Marina Rei; Vasco Rossi; Smoke; Paola Turci. Sì, é vero: é stata confermata la presenza del grande Vasco Rossi, la sua esibizione dovrebbe durare circa 45 minuti ed inizierà alle ore 21:00. Il tema artistico del concerto sarà “Il mondo che vorrei”: l’ intero concerto del 1 Maggio 2009 ha preso in prestito il titolo dell’ ultimo nuovo album live di Vasco Rossi (il Cd + Dvd live “Il mondo che vorrei”, tratto dal doppio concerto di Vasco Rossi allo stadio Dall’Ara di Bologna del settembre scorso, pubblicato anche nella versione ad alta definizione blu-ray). Nondimeno ricordiamoci che, musica a parte, dietro a questo concerto c'è un'ideologia importante. Quella della libertà. Da difendere a ogni ora. E non mi si venga a dire che sono un visionario o uno scaltro nostalgico. Sono solo un idealista, forse utopista. Probabilmente un ingenuo sognatore. Buon 1 maggio a tutti! Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Friday, April 24, 2009

25 aprile. Festa della Liberazione, di Mario Pulimanti

Stasera di pensieri ce n’è un’insalata. Chiaramente non sono saggio come Marco Aurelio Antonino, imperatore filosofo e valoroso. Non so tenere una conversazione brillante, ma forse un pregio ce l’ho: sono abituato a contare solo su di me senza aspettarmi mai favori piovuti dal cielo, come mi aveva insegnato Nonna Jole. Non posso dimenticarmi il suo volto saggio e profumato, gli occhi celesti e i capelli grigi raccolti dietro la testa. Brrr. Mi sento gelare a questi ricordi. Lasciamo stare. Con mia moglie decidiamo di cenare al Reginus di Collevecchio. Tortellini alle noci e Merlot del 2004. Complimenti, Pierangelo! Ma ecco che, riflettendo e rimuginando, a un tratto ci troviamo, ahinoi, coinvolti in mistiche congetture. Nostro malgrado, sia ben chiaro! Ecco, davanti a me vedo il discepolo senza nome vicino a Maria di Cleofa, mentre al suo maestro crocifisso gli viene inferto un colpo di lancia nel petto. Intanto Anna, il sacerdote assassino, ride del Gesù morente sulla croce, insieme a Satana, capo delle forze del male, che perde però la battaglia definitiva quando Cristo, l’Unto, risorge.  “Eli, Eli, lemà sabactàni?” Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? Mi servo del dogma per uscire fuori dai miei dubbi razionali. Quindi penso al Corano, che non ha difficoltà nell’esortare a diffondere le sue verità religiosa anche con la forza fisica. E’ facile dire che la nostra arma è la parola. Mi ricordo che alcuni giorni fa ho rivolto queste mie devote perplessità a Stefano, mio fratello. Ricordo anche che lui, sornione, mi ha lanciato un’occhiata stupita, consigliandomi di non fumare troppo pakistano nero. Mah… Cosa avrà voluto dire? Simonetta interrompe bruscamente le mie divagazioni mistiche, ricordandomi che dopodomani è Festa. E che Festa! Cavolo, il prossimo 25 aprile sarà il 64° anniversario della Liberazione dell’Italia dagli occupanti nazisti. Una pagina importante della storia italiana, che fu scritta grazie ai soldati alleati ma con il contributo determinante degli italiani,  partigiani e militari, chiudendo il periodo della dittatura e aprendo la strada alla libertà, alla nascita della Repubblica e alla nuova Costituzione. Certo, la Festa della Liberazione è una giornata per ricordarci che i diritti, il benessere, la libertà dei quali godiamo non sono qualcosa di scontato. Troppa gente se ne dimentica. Non riesco a capire. Eppure molti sono morti per garantirci queste conquiste. Forse il punto è questo: spetta a noi difenderle, tenendole vive nella coscienza e negli atti di ogni giorno. E’ proprio vero: per questo il 25 aprile deve essere veramente una giornata di Festa! Ritorniamo a Ostia, sazi e contenti. Ho deciso, del resto. Dopo questa ottima cena al Reginus di Collevecchio, domani mi rivedrò “Roma città aperta”, il film che racconta una storia ambientata nella Roma del 1944. Un capo della Resistenza, l’ingegner Manfredi, è braccato dai tedeschi. Trova rifugio da Pina, una donna del popolo, vedova con un figlio, che sta per risposarsi con Francesco, un tipografo anche lui legato alla Resistenza. Marcellino, il figlio di Pina, riesce a mettere in contatto l’ingegnere con don Pietro, un prete che ha già collaborato in passato con i partigiani. Quando anche Francesco viene portato via, Pina corre inseguendo il camion, ma una raffica di mitra la uccide sotto gli occhi impietriti della gente e del figlio. Manfredi viene sottoposto a tortura e muore, ma senza parlare; don Pietro, anche lui arrestato, è costretto ad assistere alla scena e maledice gli assassini. Poi, nel piazzale di un forte, don Pietro, fatto sedere su di una sedia, viene fucilato alla schiena sotto gli occhi dei ragazzini della sua parrocchia. E questa è la fine del film. Che bello! Vi piacciono tutte  queste ingiustizie? Figuratevi: a me manco per idea. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Thursday, April 09, 2009

Liberi dagli Ogm, di Mario Pulimanti

Ecco: sto scrivendo perché mi sono spaventato nel leggere che la trippa e la polenta sono cancerogeni. Il pesto anche. Immagino, invece, che il cous cous sia sanissimo. Che tristezza! I fautori degli Ogm e del cibo Frankenstein sembrano voler cancellare persino i piatti simbolo della storia gastronomica italiana, avvelenare (con la paura, l’ansia, la minaccia) il grande gusto della tradizione, in un tentativo di sradicamento che, peraltro, tocca numerosi altri ambiti. Occorrerebbe protestare per questi attentati, non solo al buongusto, ma anche al nostro palato! 
Protesta, infatti, l’associazione Slow Food, che ha lanciato nei giorni scorsi un appello: “Più biodiversità, meno Ogm”, perché davvero non può essere vero che il cibo delle nonne faccia male e quello geneticamente modificato renda invece più giovani e aitanti. 
Alla mobilitazione hanno risposto molti ristoranti sparsi in tutta Italia. 
Un tuffo nella sana tradizione italiana, alla faccia di chi, forse, ci vorrebbe tutti a fare la fila da Mc Donald’s. 
Lo sforzo è necessario, mentre si moltiplicano i tentativi di propagandare gli alimenti geneticamente modificati come più sicuri e buoni. 
Serve, invece, grande chiarezza, corretta informazione, difesa dei prodotti tradizionali e di chi li coltiva, rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori. 
Sono molti ormai gli Enti locali (tra Regioni, Province e Comuni) che hanno già promulgato norme per dichiararsi “Ogm-free”, liberi da Ogm. 
Anche io vorrei, oggi idealmente schierarmi su questo fronte sempre più vasto, armandomi… di buon appetito. 
Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

Wednesday, April 08, 2009

Terremoto. Pezzi di me che continuano a cadere, di Mario Pulimanti

Terremoto, ICI e senso di impotenza

Mi sveglio. Sono le sei. Non riesco a riaddormentarmi. Allora, mi alzo esco.
E’ ancora buio. Entro in un vicolo.
Il fetore che arriva da lì è tremendo come quando, per strada, fai un passo e il tuo piede scivola invece di posarsi, e capisci subito che quella cosa scivolosa è una schifezza, prima ancora di sentire l’odore della merda di cane che dovrai scavarti via dalla suola della scarpa. Vedo un  bar, appena aperto.
Entro. Ordino un caffè.Mi  siedo a un tavolo. Di fronte a me la tivvù sta parlando del terremoto di ieri. Duecento morti accertati e 1.500 feriti.
Questo l'ultimo bilancio delle vittime del terremoto che ieri mattina ha colpito la provincia dell'Aquila. La stima è di fonti sanitarie. Un bilancio che, secondo le stesse fonti, è quasi certamente destinato ad aggravarsi ulteriormente. Tra le vittime anche diversi bambini. I feriti sono stati dislocati negli ospedali abruzzesi e in nosocomi fuori regione. Spaventoso il numero degli sfollati. 
"Stiamo dando assistenza ad almeno 20-25 mila persone", ha riferito in serata Bernardo De Bernardinis, vicecapo dipartimento operativo della Protezione civile. Ma è "difficile fare una stima del totale degli sfollati. C'è bisogno di almeno 48-72 ore, anche per le verifiche relative all'agibilità". Tuttavia, la stima dei 50.000 sfollati, secondo De Bernardinis, "potrebbe essere realistica". 
Quanto alla situazione relativa all'energia, al gas e alla luce, "c'è stata una sorpresa positiva, in quanto sono scesi i distacchi di energia a circa 4.000 dai 20.000 iniziali". 
Un esperto lo aveva detto, che stavolta sarebbe stato diverso, ma nessuno gli ha creduto: e d'altra parte pare che la sua sia stata solo fortuna, se di fortuna in questa storia si può parlare. 
Il terremoto s'è mangiato le case, i paesi, le persone. Onna, borgo di 500 persone, non c'è più. 
Improvvisamente la porta del bar si spalanca, ed entrano un paio di avventori mattinieri come me, gettandosi alle spalle mozziconi di sigarette. 
Odorano di fumo e di aria fredda. 
La luce nel vicolo, da nera, sta diventando blu scuro. Da lontano riecheggia il mormorio d’oceano del traffico.
L’ora di punta mattutina. Leggo un giornale che si trova sul banco.

Vengo così a sapere che è caos sull'esenzione Ici prima casa. 
Si avvicina il momento di pagare l'Ici  e l'incertezza è grande. La gestione dell'Ici 2009 rischia di creare notevoli problemi ai contribuenti.
A parte la vera e propria abitazione, sulla quale è pacifico che la tassa non si paga, ci sono poi tutti gli immobili assimilabili alla prima casa sui quali i Comuni stanno andando in ordine sparso.
C'è chi decide di escludere i garage o chi elimina ogni equiparazione, per esempio la casa data a titolo gratuito ad un figlio. 
Inoltre l'interpretazione restrittiva del Dipartimento delle Finanze sta creando reazioni diverse fra i Comuni, e ci sono Comuni che addirittura stanno chiedendo indietro ai cittadini quanto non pagato lo scorso anno perché lo scorso anno questi Comuni avevano riconosciuto l'esenzione del pagamento dell'imposta su immobili che invece erano tassabili, secondo la nuovissima interpretazione delle Finanze. 
Ma senza arrivare a chiedere i soldi dello scorso anno comunque per il 2009 si preannuncerebbe un conto Ici più pesante per i cittadini. 
Infatti vari Comuni considerano esenti dall’ICI solo le abitazioni principali che sono dimora abituale del proprietario.

Che caos!

Basta, prendo il caffè ed esco. Passeggio sul lungomare. Arrivo al Pontile.
Durante il percorso dal Pontile al Porto, il tempo cambia. Il vento monta e nuvole scure prendono a calcare il cielo della sera.
Quando arrivo al Pontile, vedo le onde abbattersi contro i frangiflutti mentre la spuma turbina sopra la carreggiata in grossi ciuffi bianchi.
Mi appoggio sul balconcino del belvedere. Penso a quando ero ragazzo. Alla Garbatella. Rientravo dall’Università, stanco.
Allo stesso tempo avevo la sensazione di essere atteso, che sarei stato accolto da un cenno soddisfatto di mio padre, seduto con un libro nella poltrona, salutato con un sorriso affettuoso da mia madre, in piedi sul ballatoio con i gomiti poggiati al parapetto, e dalla tacita approvazione di mio nonna Jole che, voltata di spalle, sistemava i piatti. 
C’erano tutti membri della famiglia Pulimanti, nella polvere sui ripiani, nelle ombre tra i mobili e nell’aria, che si spostava riluttante quando la porta di casa si apriva.
Penso a Collevecchio. Un paese molto tranquillo. Lì, certe volte mi sorprendo ancora ad ascoltare il silenzio. Lì, mi illudo di sentire le voci dei miei nonni. E’ un attimo di speranza che pago con una fredda delusione, e che si dirada con il passare del tempo e lo sbiadire dei ricordi. 
Meglio non guardare più solamente al passato e a ciò che ho perduto. Conviene guardare, invece, al presente e al futuro. E va bene. Sono un pendolare di Ostia. Frustrato.
Certo non c’è da essere sconsolati. Ho un bel lavoro, molte relazioni sociali e affettive. Alcune importanti. Come l’amore per la mia famiglia. 
E mi resta ancora un pò di tempo per rimediare al resto.
A volte, io e Simonetta sappiamo esattamente quali tasti toccare per far perdere le staffe l’uno all’altra, e la difesa diventa presto attacco una volta che le parole hanno preso l’abbrivio.
Riprendo a camminare. Come un vecchio. 
Metto un piede davanti all’altro: un lento, regolare trascinarmi. Riesco a malapena a mettere un piede davanti all’altro. In mezzo alla gente. La gente come me.
Quelli che stanno a poche fermate dalla mediocrità, quelli dei desideri irrealizzabili, e la cui realtà non é certo desiderabile. Quelli che invidiano, ma lusingano, quelli che non vuoi conoscere, che soltanto parlarci ti sembra una perdita di tempo. Quelli che spuntano da qualche parte, ridendo alla battute che non hai neanche ancora fatto. Quelli che ti fanno pena e che odi, quelli che temi e che in parte ti affascinano, quelli che potresti essere tu, e viceversa: sono loro la causa di sensi di colpa, rabbia e frustrazione, conflitto interno, distorsioni di personalità, manie di grandezza, paranoia, megalomania, incubi, problemi di abuso di sostanze e persino dell’emicrania.
Dovrei cambiare atteggiamento. Dovrei affrontare la realtà, modificare il mio atteggiamento e guardare da un’altra parte. Ma non lo farò.
Non posso farlo. Non ancora. Laureato. Specializzato. Sottopagato. 
Tra pochi anni mi congederò con la mia brava pensione statale. Sono dispiaciuto.
Il mio fallimento. Mi sento disintegrato. Mi sento come se fossi stato preso a botte fino allo sfinimento. Ci sono pezzi di me che continuano a cadere. 
Scoppio a piangere lacrime meritate e, in un certo senso, benefiche.

Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

Friday, April 03, 2009

Papa Wojtyla, un Uomo di Pace, di Mario Pulimanti

Quattro anni fa, il 2 aprile 2005 all’età di 84 anni muore Papa Wojtyla nel suo appartamento privato. Sono le ore 21 e 37.  L’annuncio della morte viene dato dal portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls. Un “Amen” è l’ultima parola pronunciata da Papa Wojtyla.
La notizia della morte del Grande Papa viene comunicata ai fedeli presenti in Piazza San Pietro, circa 100 mila, che accolgono la notizia in silenzio.
Poi si leva un lungo applauso. In molti piangono, altri guardano la finestra al terzo piano del palazzo apostolico.
Il cardinale Angelo Sodano, segretario di stato, intona il De Profundis per Giovanni Paolo II. Un altro applauso accoglie il termine della preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro. 
Io sono un romano, testaccino di nascita che, dopo aver passato l’adolescenza alla Garbatella, dal 1984 vive ad Ostia “il mare di Roma”. Scrivo queste riflessioni per parlare del mio Papa Wojtyla che io, come penso molti altri romani, abbiamo sempre ritenuto un nostro concittadino, anche se nato in Polonia.
Sì, Papa Woityla era un romano come noi, tanto è vero che quella sera di 35 anni fa violò il cerimoniale non limitandosi a dare la benedizione, ma volle presentarsi a noi romani, complice pure quel simpatico errore di italiano: “Se mi sbaglio, mi corriverete”.
La paura di Wojtyla fu all’inizio, a mio parere, proprio quella che la sua provenienza polacca aggravasse il peso della già enorme responsabilità papale. Ma la sua paura durò poco. Difatti già alla prima presentazione, quella sera del 16 ottobre del 1984, l’accoglienza di noi romani fu molto calda.
Invero pochi giorni dopo, il 22 ottobre, inaugurando il suo ministero, ecco che ripropose ancora la romanità come sua seconda natura affermando: “Alla sede di Pietro a Roma sale oggi un vescovo che non è romano. Un vescovo che è figlio della Polonia, ma da questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano!”.
Molte volte, nei suoi 30 anni di pontificato, ricordò, infatti, di vivere nel più stretto legame e nella più profonda comunione con la sua Roma e soprattutto per ricordare spesso che “il Papa venuto da lontano si sente vivamente e profondamente romano, desideroso di servire nel miglior modo possibile l’amatissimo popolo di Roma“.
Quel timore di non essere accolto bene da noi romani si era, però, presto trasformato nello stupore e nella gratitudine per l’accoglienza che noi romani abbiamo sempre manifestato verso di Lui.
Ed ora, a quattro anni dalla sua morte ed a 35 anni da quella paura ingiustificata, mi piace ricordare che noi romani lo abbiamo considerato sempre uno di noi. E noi romani non ci siamo mai dimenticati delle tante volte che ha detto: “Roma, mia Roma, ti benedico e con te benedico i tuoi figli e tutti i tuoi progetti di bene!”.
Papa Wojtyla è stato anche un Uomo di Pace. “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male»: questo era stato, difatti, il messaggio di Giovanni Paolo II nella trentottesima Giornata mondiale della pace che si era celebrata il 1 gennaio 2005, un vero inno all’amore.
”L’amore è l’unica forza capace di condurre alla perfezione personale e sociale, l’unico dinamismo in grado di far avanzare la storia verso il bene e la pace”. 
Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male, aveva affermato, per poi indicare che la pace è un bene da promuovere con il bene, da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene.
Nella diffusa incertezza collettiva tra bene e male, ci viene ricordato che il male non è una forza anonima che opera nel mondo in virtù di meccanismi deterministici e impersonali.
Precisava infatti Papa Wojtyla: “Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono”. 
In questa occasione il Papa Wojtyla aveva del resto spiegato che ”nessun uomo, nessuna donna di buona volontà puo’ sottrarsi all’impegno di lottare per vincere con il bene il male. E’ una lotta -aveva ribadito Papa Wojtyla- che si combatte validamente soltanto con le armi dell’amore. Quando il bene vince il male, regna l’amore e dove regna l’amore regna la pace”.
Il Papa aveva quindi specificato che ”cio’ è vero anche in ambito sociale e politico. A questo proposito -spiegava Wojtyla- Leone XIII scriveva che quanti hanno il dovere di provvedere al bene della pace nelle relazioni tra i popoli devono alimentare in se’ e accendere negli altri la carità, signora e regina di tutte le virtu”.
Giovanni Paolo II aveva quindi aggiunto che ”è in virtu’ della vita nuova di cui Egli ci ha fatto dono che possiamo riconoscerci fratelli, a di la’ di ogni differenza di lingua, di nazionalità, di cultura”.
”Di fronte ai drammatici scenari di violenti scontri fratricidi, in atto in varie parti del mondo, dinanzi alle inenarrabili sofferenze ed ingiustizie che ne scaturiscono, l’unica scelta veramente costruttiva è di fuggire il male con orrore e di attaccarsi al bene, come suggerisce San Paolo”.
Per questo messaggio, pronunciato durante la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 2005, Giovanni Paolo II aveva scelto come tema di riflessione un versetto della Lettera ai Romani di San Paolo: ”Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”.
Tutto questo messaggio papale sulla pace, viene collocato dentro un’articolata e complessa riflessione sul bene e il male, secondo la quale la pace viene definita come un “bene da promuovere con il bene: essa è un bene per le persone, per le famiglie, per le Nazioni e per l’intera umanità; è però un bene da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene”’.
Papa Wojtyla aveva continuato così nella prima parte del suo messaggio: ”Il male non è una forza anonima che opera nel mondo in virtù di meccanismi deterministici e impersonali. Il male ha sempre un volto ed un nome: il volto e il nome di uomini e donne che liberamente lo scelgono”. ”A cercarne le componenti profonde -osservava il Papa- il male è, in definitiva, un tragico sottrarsi alle esigenze dell’amore”.
Con questo discorso del 1 gennaio 2005 Papa Wojtyla aveva poi fatto un preciso riferimento ai mali che affliggono paesi come l’Africa e la Palestina e, non ultimo, alla piaga del terrorismo. E, più in particolare, aveva detto: ”Come non constatare con amarezza che il dramma iracheno si prolunga, purtroppo, in situazioni di incertezza e di insicurezza per tutti?”
Altra questione che era stata affrontata dal Papa nel suo messaggio per la pace era la lotta alla poverta’, obiettivo principale dell’azione della comunita’ internazionale. Nel trattare il problema della poverta’ Giovanni Paolo II si soffermava sul debito estero dei Paesi poveri. Cio’ nonostante il Papa osservava che ”i Paesi poveri restano prigionieri di un circolo vizioso: i bassi redditi e la crescita lenta limitano il risparmio e, a loro volta, gli investimenti deboli e l’uso inefficace del risparmio non favoriscono la crescita”. Infine concludeva che ”Possano i popoli africani -aggiunge il Papa- prendere in mano da protagonisti il proprio destino e il proprio sviluppo culturale, civile, sociale ed economico. L’Africa cessi di essere solo oggetto di assistenza, per divenire responsabile soggetto di condivisioni convinte e produttive. Un’eredità straordinaria quella lasciata alla Chiesa da Giovanni Paolo II, il Papa che ha toccato il cuore del mondo intero, per il quale hanno pregato Ebrei e Musulmani. Un patrimonio che, comunque, il suo successore, Papa Benedetto XVI sta da una anno continuando e sviluppare.
In ogni modo a me sembra ancora di vedere Papa Wojtyla baciare la terra, venerare la Natura, abbracciare gli uomini di tutte le razze con cordialità estrema, di rispettare sinceramente le altrui vocazioni e fedi. Lui, l’ex operaio polacco, sportivo amante della montagna, è stato però anche e soprattutto il Papa della Pace, del tutto alieno dagli intrighi della politica. Sempre contro ad ogni guerra, uomo del dialogo e, in senso lato, della politica, ha sostenuto con forza che “non possiamo vivere tutti assieme se non in pace”. Buono e generoso, lontano da ogni fanatismo e contrario ad a ogni crudeltà, ha cercato sempre di salvare vite, di mitigare la sorte dei prigionieri, di esortare al perdono, alla misericordia, alla ricerca dell’accordo. Papa Wojtyla è stato un papa di pace, importante per uomini di tutte le fedi e di tutte le convinzioni ideali; soprattutto nell’ultimo decennio i suoi pronunciamenti contro le guerre e per la giustizia nell’uso delle risorse a livello planetario sono stati importanti. 
Per quanto riguarda la vita interna della Chiesa cattolica il suo pontificato ha fatto fare alcuni passi in avanti, come per esempio sul dialogo interreligioso e sui “mea culpa” .
Sul mea culpa nei confronti degli ebrei, poi, Papa Wojtyla era stato protagonista, aveva preso lui l’iniziativa ed era andato avanti. Non solo quando era andato a visitare la sinagoga di Roma, ma anche durante il Giubileo del 2000, allorché aveva inserito la sua richiesta di perdono nel Muro del pianto ed aveva visitato lo Yad Vashem. Egli aveva voluto eliminare una volta per sempre il malinteso sentimento di diffidenza verso gli ebrei. 
Del resto il grido di Papa Woityla si sostanziava di indicazioni preziose. La vita è bene fondamentale e presupposto della convivenza.
Ciò implica rispetto della persona, integrità delle relazioni familiari, protezione dell’uomo dal concepimento alla morte naturale, con esclusione delle scorciatoie del divorzio, dell’aborto e dell’eutanasia, oltreché del tecnicismo avventuristico della biologia. 
È su questo radicale fondamento che si situava la condanna della guerra, nemica primaria della vita.
La pace è la premessa per un rinnovamento delle relazioni sociali e statuali.
Essa risulta assai esigente richiedendo un tenace esercizio della ragione. È in nome degli stessi valori, dopo la caduta del Muro di Berlino, che aveva criticato anche l’ovest, sottolineando i limiti del liberismo economico.
Anche quello ad una sola dimensione, quella del mercato e del profitto.
Papa Wojtyla aveva, sopra ogni altro, indirizzato i suoi sforzi in una direzione precisa: quella di applicare gli insegnamenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, specialmente dal punto di vista del rapporto con le altre religioni. 
Innumerevoli erano state le occasioni nelle quali il Pontefice aveva sottolineato questo rispetto della Chiesa cattolica nei confronti delle altre religioni. 
E lo aveva messo in pratica accettando di incontrare i leader religiosi. Non c’è dubbio che il contributo più significativo, da questa angolazione, era stato l’incontro di preghiera per la pace nel mondo ad Assisi nel 1986.
A quattro anni dalla tua morte, ti dico ancora “Grazie Papa Wojtyla, difensore della pace e delle libertà democratiche, sincero predicatore della fratellanza e dell’amore fra tutti i popoli per aver parlato di pace, libertà, diritti, amore tra i popoli ad un mondo che andava in un’altra direzione”.
Egli è stato il Papa dell’intelligenza e dell’amore uniti assieme. Papa Benedetto XVI ha ereditato un fardello pesante: l’esempio di Papa Wojtyla. 
Vale a dire un messaggio universale di pace, di tolleranza, di accettazione serena della sofferenza e delle difficoltà della vita. Insomma un uomo che si è trasformato in un grandissimo Papa. 
Nel Papa dei cambiamenti, anche dolorosi, e che ormai vecchio e stanco aveva cercato fino all’ultimo nelle preghiere dei fedeli il sostegno e la forza per poter continuare la sua missione e che resterà per sempre nei cuori della gente come un Padre nella vita dei propri figli.
Lui, il primo Papa polacco della storia, il Grande Papa che aveva sempre avuto una grande devozione per la Madonna, tanto da scegliere come stemma episcopale la lettera M di Maria insieme alla croce ed il motto Totus Tuus: “ Totus tuus ego sum” (“O Maria, io sono tutto tuo, e tua e’ ogni cosa mia!”) ha lottato per la Pace, anche religiosa, tra i popoli meritando per questo un indiscusso, unanime ed universale rispetto -e non solamente dai cattolici come me- perché i suoi 26 anni di pontificato hanno cambiato il mondo e la storia.
E che Papa Wojtyla sia stato un Uomo di Pace è dimostrato, inoltre, anche dal suo discorso del 1 gennaio del 2005, il suo ultimo Capodanno terreno.
«Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21): era stato questo il messaggio di Giovanni Paolo II nella trentottesima Giornata mondiale della pace, un  vero inno all’amore.
”L’amore è l’unica forza capace di condurre alla perfezione personale e sociale, l’unico dinamismo in grado di far avanzare la storia verso il bene e la pace”. Era un inno all’amore questo messaggio di Giovanni Paolo: non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male. Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male, aveva affermato, per poi indicare che la pace era un bene da promuovere con il bene, da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene. Nella diffusa incertezza collettiva tra bene e male, ci veniva ricordato che il male non era una forza anonima che operava nel mondo in virtù di meccanismi deterministici e impersonali. Precisava infatti Papa Wojtyla: “Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono”. In questa occasione il Papa Wojtyla aveva  del resto spiegato che ”nessun uomo, nessuna donna di buona volontà puo’ sottrarsi all’impegno di lottare per vincere con il bene il male. E’ una lotta -aveva ribadito Papa Wojtyla- che si combatte validamente soltanto con le armi dell’amore. Quando il bene vince il male, regna l’amore e dove regna l’amore regna la pace”. Il Papa aveva quindi specificato che ”cio’ è vero anche in ambito sociale e politico. A questo proposito -spiegava Wojtyla- Leone XIII scriveva che quanti hanno il dovere di provvedere al bene della pace nelle relazioni tra i popoli devono alimentare in se’ e accendere negli altri la carità, signora e regina di tutte le virtu”’. Giovanni Paolo II aveva quindi aggiunto che ”è in virtu’ della vita nuova di cui Egli ci ha fatto dono che possiamo riconoscerci fratelli, a di la’ di ogni differenza di lingua, di nazionalità, di cultura”. ”Di fronte ai drammatici scenari di violenti scontri fratricidi, in atto in varie parti del mondo, dinanzi alle inenarrabili sofferenze ed ingiustizie che ne scaturiscono, l’unica scelta veramente costruttiva è di fuggire il male con orrore e di attaccarsi al bene, come suggerisce San Paolo”.
Per questo messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 2005, Giovanni Paolo II aveva infatti scelto come tema di riflessione un versetto della Lettera ai Romani di San Paolo: ”Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”. Tutto questo messaggio papale sulla pace, veniva collocato dentro un’articolata e complessa riflessione sul bene e il male, secondo la quale la pace veniva definita come un  “bene da promuovere con il bene: essa è un bene per le persone, per le famiglie, per le Nazioni e per l’intera umanità; è però un bene da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene”’. ”A cercarne le componenti profonde -osservava il Papa- il male è, in definitiva, un tragico sottrarsi alle esigenze dell’amore”. Con questo discorso del 1 gennaio 2005 Papa Wojtyla aveva poi fatto un preciso riferimento ai mali che affliggono paesi come l’Africa e la Palestina e, non ultimo, alla piaga del terrorismo.
E, più in particolare, aveva detto: ”Come non constatare con amarezza che il dramma iracheno si prolunga, purtroppo, in situazioni di incertezza e di insicurezza per tutti?” Altra questione che aveva affrontato Papa Wojtyla nel suo messaggio per la pace era la lotta alla poverta’, obiettivo principale dell’azione della comunita’ internazionale. Nel trattare il problema della poverta’ Giovanni Paolo II si soffermava sul debito estero dei Paesi poveri. Cio’ nonostante il Papa osservava che ”i Paesi poveri restano prigionieri di un circolo vizioso: i bassi redditi e la crescita lenta limitano il risparmio e, a loro volta, gli investimenti deboli e l’uso inefficace del risparmio non favoriscono la crescita”. Infine concludeva che ”Possano i popoli africani -aggiunge il Papa- prendere in mano da protagonisti il proprio destino e il proprio sviluppo culturale, civile, sociale ed economico. L’Africa cessi di essere solo oggetto di assistenza, per divenire responsabile soggetto di condivisioni convinte e produttive. Un’eredità straordinaria quella lasciata alla Chiesa da Giovanni Paolo II, il Papa che aveva toccato il cuore del mondo intero, per il quale hanno pregato Ebrei e Musulmani.
Quattro anni fa i fedeli gridavano il loro incitamento: “Santo subito!”, tanto che appena insidiatosi,  Papa Ratzinger  ha subito proceduto alla causa di beatificazione di Wojtyla.
Sì, Papa Wojtyla il Grande,  subito Santo!
Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma) 

Thursday, April 02, 2009

La mia Pasqua, di Mario Pulimanti

Il cuore della fede cristiana è nell’annuncio pasquale, che risuona da duemila anni nel mondo: “Cristo, nostra speranza, è risorto!” Credere, infatti, che Gesù è risorto, significa accettare la testimonianza degli Apostoli, poveri pescatori di Galilea, che hanno sperimentato dal vivo l’evento della risurrezione.
La loro fede era debole, incerta, carica di dubbi. Eppure, andarono in tutto il mondo, predicando il Vangelo.
Ma che cosa spingeva la gente ad accogliere il loro messaggio? Noi siamo fatti per amare e, quando sperimentiamo una esperienza di questo genere, ci sentiamo rinascere e proviamo una profonda soddisfazione. Ben presto ci accorgiamo che si tratta di momenti occasionali, che spesso deludono le aspettative, che pure ci hanno suscitato.
E poi c’è la morte, che sembra distruggere ogni possibilità di amore e di felicità. Per sempre. 
Tutto ha un termine, un limite, dovuto alle sofferenze, al distacco dalle persone più care. Eppure in noi resiste l’esigenza di una speranza che apra il cuore a desideri e attese, che vanno oltre ogni limite. 
Quando diciamo ad una persona: “Ti amo”, sentiamo che quell’amore desidera permanere oggi, domani, sempre. Appunto. 
Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)