Thursday, April 30, 2009

W il primo Maggio 2009, di Mario Pulimanti

W il primo Maggio 2009. Il mondo ha bisogno di pace e di giustizia per garantire a tutti l’accesso ai diritti umani fondamentali, gestendo il bene pubblico globale attraverso istituzioni internazionali democratiche. Cibo, acqua, giustizia, libertà, pace e lavoro per tutti. Festeggiare il 1 maggio è una scelta simbolica: infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. Da oltre un secolo questa è una festa di lotta e di impegno civile per tutti: lavoratori, disoccupati ed emarginati. E' diventato un appuntamento anche il tradizionale concerto che i sindacati confederali organizzano in piazza San Giovanni a Roma. Ma mi accorgo solo ora di non essermi ancora presentato. Rimedio subito. Mi chiamo Mario, sono romano ed abito ad Ostia. Sono un uomo di città, abituato alla minacciosa e benigna cacofonia metropolitana. Tanto che, a volte, le incursioni nel silenzio extraurbano mi innervosiscono. Nessuno sa niente di me. Mi sono tenuto fuori dai radar. Le persone che hanno conosciuto mio padre, affermano che sono il suo ritratto. Lui, il poeta Antonio Valeriano, ha più volte mostrato il proprio coraggio, ma ancora di più ne ha dimostrato nell’ultima battaglia, quella contro la malattia che nel 1992 lo ha ucciso, ma non piegato. Ho sempre fatto tesoro dei suoi consigli. So quando è il tempo di passare all’azione o di starne fuori. Tuttavia ci sono cose che facciamo perché ne abbiamo voglia e altre che facciamo perché ci tocca. Questione di sopravvivenza. E’ scontato dire che lavorare rientra nella seconda categoria. Certo, le mie finanze non sono proprio solide. Tuttavia non ho, per questo motivo, mai avuto problemi mentali o emotivo e non faccio uso di antidepressivi. Porto la fede all’anulare, ho i capelli precocemente argentati e amo prendere la vita con humour e noncuranza. In Ufficio non ho fatto molta strada. Non sono nemmeno rimasto al palo. Non tiro certo a campare ma, non avendo raccomandazioni da sfruttare, dovrei mettere ancora di più l’anima nel mio lavoro. In ogni caso mi sento il sole dentro questa mattina e non solo perché sta arrivando la festa del 1 maggio. Rivolgo lo sguardo fuori dalle mura domestiche. Ecco, l’ho fatto. E cosa vedo intorno a me? Liberali, radicali, membri delle minoranze tanto sul piano razziale quanto sull’orientamento sessuale, sostenitori dei programmi sociali, dell’assistenza sanitaria migliore per i poveri, del diritto all’aborto, dei diritti dei gay, dei detenuti, dei lavoratori che giustamente lottano per difendere i loro diritti continuamente messi in pericolo da forze reazionarie più o meno temibili. Non amo i reazionari e detesto gli integralisti. Entrambi da evitare come la peste. Si pensa sempre che gli assolutisti, dogmatici e prepotenti, di qualsiasi colore politico, siano quelli che mettono le bombe negli edifici pubblici, ma quella gente non ha il monopolio quando si tratta di uccidere per i propri principi. Tanto è vero che buona parte del terrorismo risulta essere opera di fanatici religiosi, i soli veri estremisti radicali. Del resto gli eccessi confessionali non li ho mai compresi. Sono robe medievali, che appartengono a culture a noi europei ormai lontane anni luce! Quasi certamente in luoghi così distanti anche le regole del vivere sono diverse, forse ciò che è buono a Roma ed a Firenze non lo è a La Mecca o a Medina, dove gli uomini vedono la realtà secondo il loro modo di intendere e di considerare. Inquietante. Ma sono riflessioni che non mi toccano più di tanto, cose che non racconterò di certo al mio secondogenito Alessandro quando sarà più grande. Forse in quei posti la mancanza di libertà comprime ogni possibilità di progettare. Comunque io, cittadino dell’Urbe, auspico un ritorno alla riscoperta delle nostre tradizioni. Ma adesso, silenzio! Ho un’idea. Vado a san Giovanni, dove sta per cominciare il concerto del 1 maggio, evento da non perdere per un appassionato di musica come me. Il concerto si terrà a partire dalle ore 16 e fino alle 24 ed il presentatore dell’evento sarà Sergio Castellitto.Questo l’elenco dei cantanti annunciati che saranno presenti al Concerto Primo Maggio a Roma 2009: Afterhours con 2 ospiti eccezionali: Cristiano Godano dei Marlene Kuntz e Samuel Romano dei Subsonica; il gruppo Indie composto da Roberto Angelini; Beatrica Antolini; Cesare Basile; Paolo Benvegnù; Dente e Marta Sui Tubi; Asian Dub Foundation; Enzo Avitabile e i Bottari di Portico; Bandabardò; Edoardo Bennato; Caparezza; Casinò Royale; Cisco; Giorgia; Motel Connection; Nomadi; PFM; Marina Rei; Vasco Rossi; Smoke; Paola Turci. Sì, é vero: é stata confermata la presenza del grande Vasco Rossi, la sua esibizione dovrebbe durare circa 45 minuti ed inizierà alle ore 21:00. Il tema artistico del concerto sarà “Il mondo che vorrei”: l’ intero concerto del 1 Maggio 2009 ha preso in prestito il titolo dell’ ultimo nuovo album live di Vasco Rossi (il Cd + Dvd live “Il mondo che vorrei”, tratto dal doppio concerto di Vasco Rossi allo stadio Dall’Ara di Bologna del settembre scorso, pubblicato anche nella versione ad alta definizione blu-ray). Nondimeno ricordiamoci che, musica a parte, dietro a questo concerto c'è un'ideologia importante. Quella della libertà. Da difendere a ogni ora. E non mi si venga a dire che sono un visionario o uno scaltro nostalgico. Sono solo un idealista, forse utopista. Probabilmente un ingenuo sognatore. Buon 1 maggio a tutti! Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Friday, April 24, 2009

25 aprile. Festa della Liberazione, di Mario Pulimanti

Stasera di pensieri ce n’è un’insalata. Chiaramente non sono saggio come Marco Aurelio Antonino, imperatore filosofo e valoroso. Non so tenere una conversazione brillante, ma forse un pregio ce l’ho: sono abituato a contare solo su di me senza aspettarmi mai favori piovuti dal cielo, come mi aveva insegnato Nonna Jole. Non posso dimenticarmi il suo volto saggio e profumato, gli occhi celesti e i capelli grigi raccolti dietro la testa. Brrr. Mi sento gelare a questi ricordi. Lasciamo stare. Con mia moglie decidiamo di cenare al Reginus di Collevecchio. Tortellini alle noci e Merlot del 2004. Complimenti, Pierangelo! Ma ecco che, riflettendo e rimuginando, a un tratto ci troviamo, ahinoi, coinvolti in mistiche congetture. Nostro malgrado, sia ben chiaro! Ecco, davanti a me vedo il discepolo senza nome vicino a Maria di Cleofa, mentre al suo maestro crocifisso gli viene inferto un colpo di lancia nel petto. Intanto Anna, il sacerdote assassino, ride del Gesù morente sulla croce, insieme a Satana, capo delle forze del male, che perde però la battaglia definitiva quando Cristo, l’Unto, risorge.  “Eli, Eli, lemà sabactàni?” Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? Mi servo del dogma per uscire fuori dai miei dubbi razionali. Quindi penso al Corano, che non ha difficoltà nell’esortare a diffondere le sue verità religiosa anche con la forza fisica. E’ facile dire che la nostra arma è la parola. Mi ricordo che alcuni giorni fa ho rivolto queste mie devote perplessità a Stefano, mio fratello. Ricordo anche che lui, sornione, mi ha lanciato un’occhiata stupita, consigliandomi di non fumare troppo pakistano nero. Mah… Cosa avrà voluto dire? Simonetta interrompe bruscamente le mie divagazioni mistiche, ricordandomi che dopodomani è Festa. E che Festa! Cavolo, il prossimo 25 aprile sarà il 64° anniversario della Liberazione dell’Italia dagli occupanti nazisti. Una pagina importante della storia italiana, che fu scritta grazie ai soldati alleati ma con il contributo determinante degli italiani,  partigiani e militari, chiudendo il periodo della dittatura e aprendo la strada alla libertà, alla nascita della Repubblica e alla nuova Costituzione. Certo, la Festa della Liberazione è una giornata per ricordarci che i diritti, il benessere, la libertà dei quali godiamo non sono qualcosa di scontato. Troppa gente se ne dimentica. Non riesco a capire. Eppure molti sono morti per garantirci queste conquiste. Forse il punto è questo: spetta a noi difenderle, tenendole vive nella coscienza e negli atti di ogni giorno. E’ proprio vero: per questo il 25 aprile deve essere veramente una giornata di Festa! Ritorniamo a Ostia, sazi e contenti. Ho deciso, del resto. Dopo questa ottima cena al Reginus di Collevecchio, domani mi rivedrò “Roma città aperta”, il film che racconta una storia ambientata nella Roma del 1944. Un capo della Resistenza, l’ingegner Manfredi, è braccato dai tedeschi. Trova rifugio da Pina, una donna del popolo, vedova con un figlio, che sta per risposarsi con Francesco, un tipografo anche lui legato alla Resistenza. Marcellino, il figlio di Pina, riesce a mettere in contatto l’ingegnere con don Pietro, un prete che ha già collaborato in passato con i partigiani. Quando anche Francesco viene portato via, Pina corre inseguendo il camion, ma una raffica di mitra la uccide sotto gli occhi impietriti della gente e del figlio. Manfredi viene sottoposto a tortura e muore, ma senza parlare; don Pietro, anche lui arrestato, è costretto ad assistere alla scena e maledice gli assassini. Poi, nel piazzale di un forte, don Pietro, fatto sedere su di una sedia, viene fucilato alla schiena sotto gli occhi dei ragazzini della sua parrocchia. E questa è la fine del film. Che bello! Vi piacciono tutte  queste ingiustizie? Figuratevi: a me manco per idea. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Thursday, April 09, 2009

Liberi dagli Ogm, di Mario Pulimanti

Ecco: sto scrivendo perché mi sono spaventato nel leggere che la trippa e la polenta sono cancerogeni. Il pesto anche. Immagino, invece, che il cous cous sia sanissimo. Che tristezza! I fautori degli Ogm e del cibo Frankenstein sembrano voler cancellare persino i piatti simbolo della storia gastronomica italiana, avvelenare (con la paura, l’ansia, la minaccia) il grande gusto della tradizione, in un tentativo di sradicamento che, peraltro, tocca numerosi altri ambiti. Occorrerebbe protestare per questi attentati, non solo al buongusto, ma anche al nostro palato! 
Protesta, infatti, l’associazione Slow Food, che ha lanciato nei giorni scorsi un appello: “Più biodiversità, meno Ogm”, perché davvero non può essere vero che il cibo delle nonne faccia male e quello geneticamente modificato renda invece più giovani e aitanti. 
Alla mobilitazione hanno risposto molti ristoranti sparsi in tutta Italia. 
Un tuffo nella sana tradizione italiana, alla faccia di chi, forse, ci vorrebbe tutti a fare la fila da Mc Donald’s. 
Lo sforzo è necessario, mentre si moltiplicano i tentativi di propagandare gli alimenti geneticamente modificati come più sicuri e buoni. 
Serve, invece, grande chiarezza, corretta informazione, difesa dei prodotti tradizionali e di chi li coltiva, rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori. 
Sono molti ormai gli Enti locali (tra Regioni, Province e Comuni) che hanno già promulgato norme per dichiararsi “Ogm-free”, liberi da Ogm. 
Anche io vorrei, oggi idealmente schierarmi su questo fronte sempre più vasto, armandomi… di buon appetito. 
Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

Wednesday, April 08, 2009

Terremoto. Pezzi di me che continuano a cadere, di Mario Pulimanti

Terremoto, ICI e senso di impotenza

Mi sveglio. Sono le sei. Non riesco a riaddormentarmi. Allora, mi alzo esco.
E’ ancora buio. Entro in un vicolo.
Il fetore che arriva da lì è tremendo come quando, per strada, fai un passo e il tuo piede scivola invece di posarsi, e capisci subito che quella cosa scivolosa è una schifezza, prima ancora di sentire l’odore della merda di cane che dovrai scavarti via dalla suola della scarpa. Vedo un  bar, appena aperto.
Entro. Ordino un caffè.Mi  siedo a un tavolo. Di fronte a me la tivvù sta parlando del terremoto di ieri. Duecento morti accertati e 1.500 feriti.
Questo l'ultimo bilancio delle vittime del terremoto che ieri mattina ha colpito la provincia dell'Aquila. La stima è di fonti sanitarie. Un bilancio che, secondo le stesse fonti, è quasi certamente destinato ad aggravarsi ulteriormente. Tra le vittime anche diversi bambini. I feriti sono stati dislocati negli ospedali abruzzesi e in nosocomi fuori regione. Spaventoso il numero degli sfollati. 
"Stiamo dando assistenza ad almeno 20-25 mila persone", ha riferito in serata Bernardo De Bernardinis, vicecapo dipartimento operativo della Protezione civile. Ma è "difficile fare una stima del totale degli sfollati. C'è bisogno di almeno 48-72 ore, anche per le verifiche relative all'agibilità". Tuttavia, la stima dei 50.000 sfollati, secondo De Bernardinis, "potrebbe essere realistica". 
Quanto alla situazione relativa all'energia, al gas e alla luce, "c'è stata una sorpresa positiva, in quanto sono scesi i distacchi di energia a circa 4.000 dai 20.000 iniziali". 
Un esperto lo aveva detto, che stavolta sarebbe stato diverso, ma nessuno gli ha creduto: e d'altra parte pare che la sua sia stata solo fortuna, se di fortuna in questa storia si può parlare. 
Il terremoto s'è mangiato le case, i paesi, le persone. Onna, borgo di 500 persone, non c'è più. 
Improvvisamente la porta del bar si spalanca, ed entrano un paio di avventori mattinieri come me, gettandosi alle spalle mozziconi di sigarette. 
Odorano di fumo e di aria fredda. 
La luce nel vicolo, da nera, sta diventando blu scuro. Da lontano riecheggia il mormorio d’oceano del traffico.
L’ora di punta mattutina. Leggo un giornale che si trova sul banco.

Vengo così a sapere che è caos sull'esenzione Ici prima casa. 
Si avvicina il momento di pagare l'Ici  e l'incertezza è grande. La gestione dell'Ici 2009 rischia di creare notevoli problemi ai contribuenti.
A parte la vera e propria abitazione, sulla quale è pacifico che la tassa non si paga, ci sono poi tutti gli immobili assimilabili alla prima casa sui quali i Comuni stanno andando in ordine sparso.
C'è chi decide di escludere i garage o chi elimina ogni equiparazione, per esempio la casa data a titolo gratuito ad un figlio. 
Inoltre l'interpretazione restrittiva del Dipartimento delle Finanze sta creando reazioni diverse fra i Comuni, e ci sono Comuni che addirittura stanno chiedendo indietro ai cittadini quanto non pagato lo scorso anno perché lo scorso anno questi Comuni avevano riconosciuto l'esenzione del pagamento dell'imposta su immobili che invece erano tassabili, secondo la nuovissima interpretazione delle Finanze. 
Ma senza arrivare a chiedere i soldi dello scorso anno comunque per il 2009 si preannuncerebbe un conto Ici più pesante per i cittadini. 
Infatti vari Comuni considerano esenti dall’ICI solo le abitazioni principali che sono dimora abituale del proprietario.

Che caos!

Basta, prendo il caffè ed esco. Passeggio sul lungomare. Arrivo al Pontile.
Durante il percorso dal Pontile al Porto, il tempo cambia. Il vento monta e nuvole scure prendono a calcare il cielo della sera.
Quando arrivo al Pontile, vedo le onde abbattersi contro i frangiflutti mentre la spuma turbina sopra la carreggiata in grossi ciuffi bianchi.
Mi appoggio sul balconcino del belvedere. Penso a quando ero ragazzo. Alla Garbatella. Rientravo dall’Università, stanco.
Allo stesso tempo avevo la sensazione di essere atteso, che sarei stato accolto da un cenno soddisfatto di mio padre, seduto con un libro nella poltrona, salutato con un sorriso affettuoso da mia madre, in piedi sul ballatoio con i gomiti poggiati al parapetto, e dalla tacita approvazione di mio nonna Jole che, voltata di spalle, sistemava i piatti. 
C’erano tutti membri della famiglia Pulimanti, nella polvere sui ripiani, nelle ombre tra i mobili e nell’aria, che si spostava riluttante quando la porta di casa si apriva.
Penso a Collevecchio. Un paese molto tranquillo. Lì, certe volte mi sorprendo ancora ad ascoltare il silenzio. Lì, mi illudo di sentire le voci dei miei nonni. E’ un attimo di speranza che pago con una fredda delusione, e che si dirada con il passare del tempo e lo sbiadire dei ricordi. 
Meglio non guardare più solamente al passato e a ciò che ho perduto. Conviene guardare, invece, al presente e al futuro. E va bene. Sono un pendolare di Ostia. Frustrato.
Certo non c’è da essere sconsolati. Ho un bel lavoro, molte relazioni sociali e affettive. Alcune importanti. Come l’amore per la mia famiglia. 
E mi resta ancora un pò di tempo per rimediare al resto.
A volte, io e Simonetta sappiamo esattamente quali tasti toccare per far perdere le staffe l’uno all’altra, e la difesa diventa presto attacco una volta che le parole hanno preso l’abbrivio.
Riprendo a camminare. Come un vecchio. 
Metto un piede davanti all’altro: un lento, regolare trascinarmi. Riesco a malapena a mettere un piede davanti all’altro. In mezzo alla gente. La gente come me.
Quelli che stanno a poche fermate dalla mediocrità, quelli dei desideri irrealizzabili, e la cui realtà non é certo desiderabile. Quelli che invidiano, ma lusingano, quelli che non vuoi conoscere, che soltanto parlarci ti sembra una perdita di tempo. Quelli che spuntano da qualche parte, ridendo alla battute che non hai neanche ancora fatto. Quelli che ti fanno pena e che odi, quelli che temi e che in parte ti affascinano, quelli che potresti essere tu, e viceversa: sono loro la causa di sensi di colpa, rabbia e frustrazione, conflitto interno, distorsioni di personalità, manie di grandezza, paranoia, megalomania, incubi, problemi di abuso di sostanze e persino dell’emicrania.
Dovrei cambiare atteggiamento. Dovrei affrontare la realtà, modificare il mio atteggiamento e guardare da un’altra parte. Ma non lo farò.
Non posso farlo. Non ancora. Laureato. Specializzato. Sottopagato. 
Tra pochi anni mi congederò con la mia brava pensione statale. Sono dispiaciuto.
Il mio fallimento. Mi sento disintegrato. Mi sento come se fossi stato preso a botte fino allo sfinimento. Ci sono pezzi di me che continuano a cadere. 
Scoppio a piangere lacrime meritate e, in un certo senso, benefiche.

Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

Friday, April 03, 2009

Papa Wojtyla, un Uomo di Pace, di Mario Pulimanti

Quattro anni fa, il 2 aprile 2005 all’età di 84 anni muore Papa Wojtyla nel suo appartamento privato. Sono le ore 21 e 37.  L’annuncio della morte viene dato dal portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls. Un “Amen” è l’ultima parola pronunciata da Papa Wojtyla.
La notizia della morte del Grande Papa viene comunicata ai fedeli presenti in Piazza San Pietro, circa 100 mila, che accolgono la notizia in silenzio.
Poi si leva un lungo applauso. In molti piangono, altri guardano la finestra al terzo piano del palazzo apostolico.
Il cardinale Angelo Sodano, segretario di stato, intona il De Profundis per Giovanni Paolo II. Un altro applauso accoglie il termine della preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro. 
Io sono un romano, testaccino di nascita che, dopo aver passato l’adolescenza alla Garbatella, dal 1984 vive ad Ostia “il mare di Roma”. Scrivo queste riflessioni per parlare del mio Papa Wojtyla che io, come penso molti altri romani, abbiamo sempre ritenuto un nostro concittadino, anche se nato in Polonia.
Sì, Papa Woityla era un romano come noi, tanto è vero che quella sera di 35 anni fa violò il cerimoniale non limitandosi a dare la benedizione, ma volle presentarsi a noi romani, complice pure quel simpatico errore di italiano: “Se mi sbaglio, mi corriverete”.
La paura di Wojtyla fu all’inizio, a mio parere, proprio quella che la sua provenienza polacca aggravasse il peso della già enorme responsabilità papale. Ma la sua paura durò poco. Difatti già alla prima presentazione, quella sera del 16 ottobre del 1984, l’accoglienza di noi romani fu molto calda.
Invero pochi giorni dopo, il 22 ottobre, inaugurando il suo ministero, ecco che ripropose ancora la romanità come sua seconda natura affermando: “Alla sede di Pietro a Roma sale oggi un vescovo che non è romano. Un vescovo che è figlio della Polonia, ma da questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano!”.
Molte volte, nei suoi 30 anni di pontificato, ricordò, infatti, di vivere nel più stretto legame e nella più profonda comunione con la sua Roma e soprattutto per ricordare spesso che “il Papa venuto da lontano si sente vivamente e profondamente romano, desideroso di servire nel miglior modo possibile l’amatissimo popolo di Roma“.
Quel timore di non essere accolto bene da noi romani si era, però, presto trasformato nello stupore e nella gratitudine per l’accoglienza che noi romani abbiamo sempre manifestato verso di Lui.
Ed ora, a quattro anni dalla sua morte ed a 35 anni da quella paura ingiustificata, mi piace ricordare che noi romani lo abbiamo considerato sempre uno di noi. E noi romani non ci siamo mai dimenticati delle tante volte che ha detto: “Roma, mia Roma, ti benedico e con te benedico i tuoi figli e tutti i tuoi progetti di bene!”.
Papa Wojtyla è stato anche un Uomo di Pace. “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male»: questo era stato, difatti, il messaggio di Giovanni Paolo II nella trentottesima Giornata mondiale della pace che si era celebrata il 1 gennaio 2005, un vero inno all’amore.
”L’amore è l’unica forza capace di condurre alla perfezione personale e sociale, l’unico dinamismo in grado di far avanzare la storia verso il bene e la pace”. 
Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male, aveva affermato, per poi indicare che la pace è un bene da promuovere con il bene, da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene.
Nella diffusa incertezza collettiva tra bene e male, ci viene ricordato che il male non è una forza anonima che opera nel mondo in virtù di meccanismi deterministici e impersonali.
Precisava infatti Papa Wojtyla: “Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono”. 
In questa occasione il Papa Wojtyla aveva del resto spiegato che ”nessun uomo, nessuna donna di buona volontà puo’ sottrarsi all’impegno di lottare per vincere con il bene il male. E’ una lotta -aveva ribadito Papa Wojtyla- che si combatte validamente soltanto con le armi dell’amore. Quando il bene vince il male, regna l’amore e dove regna l’amore regna la pace”.
Il Papa aveva quindi specificato che ”cio’ è vero anche in ambito sociale e politico. A questo proposito -spiegava Wojtyla- Leone XIII scriveva che quanti hanno il dovere di provvedere al bene della pace nelle relazioni tra i popoli devono alimentare in se’ e accendere negli altri la carità, signora e regina di tutte le virtu”.
Giovanni Paolo II aveva quindi aggiunto che ”è in virtu’ della vita nuova di cui Egli ci ha fatto dono che possiamo riconoscerci fratelli, a di la’ di ogni differenza di lingua, di nazionalità, di cultura”.
”Di fronte ai drammatici scenari di violenti scontri fratricidi, in atto in varie parti del mondo, dinanzi alle inenarrabili sofferenze ed ingiustizie che ne scaturiscono, l’unica scelta veramente costruttiva è di fuggire il male con orrore e di attaccarsi al bene, come suggerisce San Paolo”.
Per questo messaggio, pronunciato durante la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 2005, Giovanni Paolo II aveva scelto come tema di riflessione un versetto della Lettera ai Romani di San Paolo: ”Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”.
Tutto questo messaggio papale sulla pace, viene collocato dentro un’articolata e complessa riflessione sul bene e il male, secondo la quale la pace viene definita come un “bene da promuovere con il bene: essa è un bene per le persone, per le famiglie, per le Nazioni e per l’intera umanità; è però un bene da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene”’.
Papa Wojtyla aveva continuato così nella prima parte del suo messaggio: ”Il male non è una forza anonima che opera nel mondo in virtù di meccanismi deterministici e impersonali. Il male ha sempre un volto ed un nome: il volto e il nome di uomini e donne che liberamente lo scelgono”. ”A cercarne le componenti profonde -osservava il Papa- il male è, in definitiva, un tragico sottrarsi alle esigenze dell’amore”.
Con questo discorso del 1 gennaio 2005 Papa Wojtyla aveva poi fatto un preciso riferimento ai mali che affliggono paesi come l’Africa e la Palestina e, non ultimo, alla piaga del terrorismo. E, più in particolare, aveva detto: ”Come non constatare con amarezza che il dramma iracheno si prolunga, purtroppo, in situazioni di incertezza e di insicurezza per tutti?”
Altra questione che era stata affrontata dal Papa nel suo messaggio per la pace era la lotta alla poverta’, obiettivo principale dell’azione della comunita’ internazionale. Nel trattare il problema della poverta’ Giovanni Paolo II si soffermava sul debito estero dei Paesi poveri. Cio’ nonostante il Papa osservava che ”i Paesi poveri restano prigionieri di un circolo vizioso: i bassi redditi e la crescita lenta limitano il risparmio e, a loro volta, gli investimenti deboli e l’uso inefficace del risparmio non favoriscono la crescita”. Infine concludeva che ”Possano i popoli africani -aggiunge il Papa- prendere in mano da protagonisti il proprio destino e il proprio sviluppo culturale, civile, sociale ed economico. L’Africa cessi di essere solo oggetto di assistenza, per divenire responsabile soggetto di condivisioni convinte e produttive. Un’eredità straordinaria quella lasciata alla Chiesa da Giovanni Paolo II, il Papa che ha toccato il cuore del mondo intero, per il quale hanno pregato Ebrei e Musulmani. Un patrimonio che, comunque, il suo successore, Papa Benedetto XVI sta da una anno continuando e sviluppare.
In ogni modo a me sembra ancora di vedere Papa Wojtyla baciare la terra, venerare la Natura, abbracciare gli uomini di tutte le razze con cordialità estrema, di rispettare sinceramente le altrui vocazioni e fedi. Lui, l’ex operaio polacco, sportivo amante della montagna, è stato però anche e soprattutto il Papa della Pace, del tutto alieno dagli intrighi della politica. Sempre contro ad ogni guerra, uomo del dialogo e, in senso lato, della politica, ha sostenuto con forza che “non possiamo vivere tutti assieme se non in pace”. Buono e generoso, lontano da ogni fanatismo e contrario ad a ogni crudeltà, ha cercato sempre di salvare vite, di mitigare la sorte dei prigionieri, di esortare al perdono, alla misericordia, alla ricerca dell’accordo. Papa Wojtyla è stato un papa di pace, importante per uomini di tutte le fedi e di tutte le convinzioni ideali; soprattutto nell’ultimo decennio i suoi pronunciamenti contro le guerre e per la giustizia nell’uso delle risorse a livello planetario sono stati importanti. 
Per quanto riguarda la vita interna della Chiesa cattolica il suo pontificato ha fatto fare alcuni passi in avanti, come per esempio sul dialogo interreligioso e sui “mea culpa” .
Sul mea culpa nei confronti degli ebrei, poi, Papa Wojtyla era stato protagonista, aveva preso lui l’iniziativa ed era andato avanti. Non solo quando era andato a visitare la sinagoga di Roma, ma anche durante il Giubileo del 2000, allorché aveva inserito la sua richiesta di perdono nel Muro del pianto ed aveva visitato lo Yad Vashem. Egli aveva voluto eliminare una volta per sempre il malinteso sentimento di diffidenza verso gli ebrei. 
Del resto il grido di Papa Woityla si sostanziava di indicazioni preziose. La vita è bene fondamentale e presupposto della convivenza.
Ciò implica rispetto della persona, integrità delle relazioni familiari, protezione dell’uomo dal concepimento alla morte naturale, con esclusione delle scorciatoie del divorzio, dell’aborto e dell’eutanasia, oltreché del tecnicismo avventuristico della biologia. 
È su questo radicale fondamento che si situava la condanna della guerra, nemica primaria della vita.
La pace è la premessa per un rinnovamento delle relazioni sociali e statuali.
Essa risulta assai esigente richiedendo un tenace esercizio della ragione. È in nome degli stessi valori, dopo la caduta del Muro di Berlino, che aveva criticato anche l’ovest, sottolineando i limiti del liberismo economico.
Anche quello ad una sola dimensione, quella del mercato e del profitto.
Papa Wojtyla aveva, sopra ogni altro, indirizzato i suoi sforzi in una direzione precisa: quella di applicare gli insegnamenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, specialmente dal punto di vista del rapporto con le altre religioni. 
Innumerevoli erano state le occasioni nelle quali il Pontefice aveva sottolineato questo rispetto della Chiesa cattolica nei confronti delle altre religioni. 
E lo aveva messo in pratica accettando di incontrare i leader religiosi. Non c’è dubbio che il contributo più significativo, da questa angolazione, era stato l’incontro di preghiera per la pace nel mondo ad Assisi nel 1986.
A quattro anni dalla tua morte, ti dico ancora “Grazie Papa Wojtyla, difensore della pace e delle libertà democratiche, sincero predicatore della fratellanza e dell’amore fra tutti i popoli per aver parlato di pace, libertà, diritti, amore tra i popoli ad un mondo che andava in un’altra direzione”.
Egli è stato il Papa dell’intelligenza e dell’amore uniti assieme. Papa Benedetto XVI ha ereditato un fardello pesante: l’esempio di Papa Wojtyla. 
Vale a dire un messaggio universale di pace, di tolleranza, di accettazione serena della sofferenza e delle difficoltà della vita. Insomma un uomo che si è trasformato in un grandissimo Papa. 
Nel Papa dei cambiamenti, anche dolorosi, e che ormai vecchio e stanco aveva cercato fino all’ultimo nelle preghiere dei fedeli il sostegno e la forza per poter continuare la sua missione e che resterà per sempre nei cuori della gente come un Padre nella vita dei propri figli.
Lui, il primo Papa polacco della storia, il Grande Papa che aveva sempre avuto una grande devozione per la Madonna, tanto da scegliere come stemma episcopale la lettera M di Maria insieme alla croce ed il motto Totus Tuus: “ Totus tuus ego sum” (“O Maria, io sono tutto tuo, e tua e’ ogni cosa mia!”) ha lottato per la Pace, anche religiosa, tra i popoli meritando per questo un indiscusso, unanime ed universale rispetto -e non solamente dai cattolici come me- perché i suoi 26 anni di pontificato hanno cambiato il mondo e la storia.
E che Papa Wojtyla sia stato un Uomo di Pace è dimostrato, inoltre, anche dal suo discorso del 1 gennaio del 2005, il suo ultimo Capodanno terreno.
«Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21): era stato questo il messaggio di Giovanni Paolo II nella trentottesima Giornata mondiale della pace, un  vero inno all’amore.
”L’amore è l’unica forza capace di condurre alla perfezione personale e sociale, l’unico dinamismo in grado di far avanzare la storia verso il bene e la pace”. Era un inno all’amore questo messaggio di Giovanni Paolo: non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male. Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male, aveva affermato, per poi indicare che la pace era un bene da promuovere con il bene, da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene. Nella diffusa incertezza collettiva tra bene e male, ci veniva ricordato che il male non era una forza anonima che operava nel mondo in virtù di meccanismi deterministici e impersonali. Precisava infatti Papa Wojtyla: “Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono”. In questa occasione il Papa Wojtyla aveva  del resto spiegato che ”nessun uomo, nessuna donna di buona volontà puo’ sottrarsi all’impegno di lottare per vincere con il bene il male. E’ una lotta -aveva ribadito Papa Wojtyla- che si combatte validamente soltanto con le armi dell’amore. Quando il bene vince il male, regna l’amore e dove regna l’amore regna la pace”. Il Papa aveva quindi specificato che ”cio’ è vero anche in ambito sociale e politico. A questo proposito -spiegava Wojtyla- Leone XIII scriveva che quanti hanno il dovere di provvedere al bene della pace nelle relazioni tra i popoli devono alimentare in se’ e accendere negli altri la carità, signora e regina di tutte le virtu”’. Giovanni Paolo II aveva quindi aggiunto che ”è in virtu’ della vita nuova di cui Egli ci ha fatto dono che possiamo riconoscerci fratelli, a di la’ di ogni differenza di lingua, di nazionalità, di cultura”. ”Di fronte ai drammatici scenari di violenti scontri fratricidi, in atto in varie parti del mondo, dinanzi alle inenarrabili sofferenze ed ingiustizie che ne scaturiscono, l’unica scelta veramente costruttiva è di fuggire il male con orrore e di attaccarsi al bene, come suggerisce San Paolo”.
Per questo messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 2005, Giovanni Paolo II aveva infatti scelto come tema di riflessione un versetto della Lettera ai Romani di San Paolo: ”Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”. Tutto questo messaggio papale sulla pace, veniva collocato dentro un’articolata e complessa riflessione sul bene e il male, secondo la quale la pace veniva definita come un  “bene da promuovere con il bene: essa è un bene per le persone, per le famiglie, per le Nazioni e per l’intera umanità; è però un bene da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene”’. ”A cercarne le componenti profonde -osservava il Papa- il male è, in definitiva, un tragico sottrarsi alle esigenze dell’amore”. Con questo discorso del 1 gennaio 2005 Papa Wojtyla aveva poi fatto un preciso riferimento ai mali che affliggono paesi come l’Africa e la Palestina e, non ultimo, alla piaga del terrorismo.
E, più in particolare, aveva detto: ”Come non constatare con amarezza che il dramma iracheno si prolunga, purtroppo, in situazioni di incertezza e di insicurezza per tutti?” Altra questione che aveva affrontato Papa Wojtyla nel suo messaggio per la pace era la lotta alla poverta’, obiettivo principale dell’azione della comunita’ internazionale. Nel trattare il problema della poverta’ Giovanni Paolo II si soffermava sul debito estero dei Paesi poveri. Cio’ nonostante il Papa osservava che ”i Paesi poveri restano prigionieri di un circolo vizioso: i bassi redditi e la crescita lenta limitano il risparmio e, a loro volta, gli investimenti deboli e l’uso inefficace del risparmio non favoriscono la crescita”. Infine concludeva che ”Possano i popoli africani -aggiunge il Papa- prendere in mano da protagonisti il proprio destino e il proprio sviluppo culturale, civile, sociale ed economico. L’Africa cessi di essere solo oggetto di assistenza, per divenire responsabile soggetto di condivisioni convinte e produttive. Un’eredità straordinaria quella lasciata alla Chiesa da Giovanni Paolo II, il Papa che aveva toccato il cuore del mondo intero, per il quale hanno pregato Ebrei e Musulmani.
Quattro anni fa i fedeli gridavano il loro incitamento: “Santo subito!”, tanto che appena insidiatosi,  Papa Ratzinger  ha subito proceduto alla causa di beatificazione di Wojtyla.
Sì, Papa Wojtyla il Grande,  subito Santo!
Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma) 

Thursday, April 02, 2009

La mia Pasqua, di Mario Pulimanti

Il cuore della fede cristiana è nell’annuncio pasquale, che risuona da duemila anni nel mondo: “Cristo, nostra speranza, è risorto!” Credere, infatti, che Gesù è risorto, significa accettare la testimonianza degli Apostoli, poveri pescatori di Galilea, che hanno sperimentato dal vivo l’evento della risurrezione.
La loro fede era debole, incerta, carica di dubbi. Eppure, andarono in tutto il mondo, predicando il Vangelo.
Ma che cosa spingeva la gente ad accogliere il loro messaggio? Noi siamo fatti per amare e, quando sperimentiamo una esperienza di questo genere, ci sentiamo rinascere e proviamo una profonda soddisfazione. Ben presto ci accorgiamo che si tratta di momenti occasionali, che spesso deludono le aspettative, che pure ci hanno suscitato.
E poi c’è la morte, che sembra distruggere ogni possibilità di amore e di felicità. Per sempre. 
Tutto ha un termine, un limite, dovuto alle sofferenze, al distacco dalle persone più care. Eppure in noi resiste l’esigenza di una speranza che apra il cuore a desideri e attese, che vanno oltre ogni limite. 
Quando diciamo ad una persona: “Ti amo”, sentiamo che quell’amore desidera permanere oggi, domani, sempre. Appunto. 
Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Friday, March 27, 2009

Il pendolare, di Mario Pulimanti

Sono pronto per la prova più importante della giornata: il viaggio sulla metro.
Da Ostia a Roma. Tutto bene?
Bene un corno, dannazione! Ho un fastidioso mal di testa. Che diamine! Vado a lavorare controvoglia.
Penso a mio padre. Mi assale la tristezza. E’ morto qualche anno fa e mi é stato difficile accettare il fatto di non poterlo vedere. Più.
La sua perdita mi ha segnato profondamente. Aveva solo sessantasei anni.
Un compagno di sventura mi spinge.  Mi volto e lo fulmino con lo sguardo. Arrivo alla stazione della Piramide, ma il mio viaggio continua.
Debbo, infatti, arrivare fino a Termini con un’altra linea della metro: l’affollatissima B.  Scendo di sotto con la scala mobile. Mi rendo conto, appena vedo la piattaforma, che difatti è affollata all’inverosimile. Più del solito. Deve esserci stato qualche guasto e probabilmente non arrivano treni da almeno un quarto d’ora.
Scendo dalla scala mobile. Tempo cinque minuti e arriva un treno, ogni centimetro di carrozza stipato di corpi sudati, accartocciati, pigiati in un insieme compatto. Non provo neanche a salire, ma nel pandemonio di persone che sgomitano per aprirsi un varco l’una sull’altra, riesco a guadagnare la prima linea della piattaforma e resto in attesa del convoglio seguente.  Che arriva alcuni minuti dopo, ma pieno zeppo come il precedente.
Quando le porte si aprono e qualche passeggero dalla faccia paonazza si fa largo tra la folla in attesa, mi pigio dentro e respiro una boccata d’aria viziata, stagnante. Mi sembra che l’aria sia passata per i polmoni di ciascuno un centinaio di volte. Altra gente s’ammassa alle mie spalle e mi trovo spiaccicato tra un giovane arabo ed il vetro divisorio che ci separa dall’area dei posti a sedere.
Normalmente avrei preferito mettermi con il naso pigiato contro il vetro, ma quando ci provo scopro una gran chiazza viscida, proprio ad altezza del mio viso, un accumulo di sudore e di unto lasciato dalla testa dei passeggeri che si sono strusciati contro la lastra trasparente, così non posso far altro che girarmi e fissare, occhi negli occhi il ragazzo che ho davanti.
Quando al terzo o quarto tentativo si chiudono le porte io e lui ci ritroviamo ancora più pigiati perché la gente accalcatasi sulla porta senza riuscire a entrare finisce con lo stiparsi dentro insieme a noi. Se dovessi svenire non cadrei in terra perché spazio per cadere proprio non c’è.
Arrivo a Termini decisamente provato.  Al contempo penso che mi farebbe bene bere un caffè.   Che prendo subito prima di entrare in ufficio.
E’ proprio vero: fare il pendolare stanca.  Ve lo giuro!
Mario Pulimanti (Lido di Ostia - Roma)

Saturday, March 21, 2009

Amo Roma, di Mario Pulimanti

Ferruccio. Ferruccio non è capace di parlare male di nessuno. Milanese e milanista ha sposato Silvia e la sua romanità. Valter. Il suo punto di vista lo si afferra meglio badando alle allusioni piuttosto che alle dichiarazioni. Romano e romanista, a lui risulta più congeniale il suggerire piuttosto che il dire. Ha confermato la sua romanità sposando la neolaureata Liliana. Io, romano doc, sono venticinque anni che regalo alla sabina Simonetta la mia romanità. Ora Gabry la sta offrendo a Sara. Bella e di Busto Arsizio. Ferruccio e Silvia. Valter e Liliana. Io e Simonetta. Gabry e Sara. La romanità. Allora eccomi qui, a pormi una domanda: ma quanti abitanti che oggi vivono a Roma sono romani? Siamo arrivati quasi a pasqua del 2009, che cosa resterà in futuro della romanità? Certo, nel corso dei secoli Roma ha subito anche drammatici spopolamenti e poi lenti e progressivi ripopolamenti. L’antica Roma era abitata da quattromilioni di abitanti che nel Medioevo sono ad un certo punto (per vari motivi: inondazioni, peste ecc.) diminuiti fino ad arrivare solamente a 50mila abitanti. Ai tempi del Belli ce n’erano 160 mila, che all’inizio del secolo erano saliti a 200 mila, ma nel corso degli ultimi sette o otto decenni, specialmente a partire dal dopoguerra, si é ripopolata ad un ritmo vertiginoso. Oggi conta quasi cinque milioni di abitanti. Ma soltanto in minima parte sono romani: non più di centomila. I restanti quattro milioni e novecentomila residenti non sono romani. E tutto sta ad indicare che i romani sono destinati a ridursi ulteriormente, probabilmente fino a sparire, come sarà destinato a sparire purtroppo anche il nostro bellissimo dialetto. Infatti il dialetto romanesco é ormai moribondo. Trattasi non già di una morte naturale, bensì di un assassinio vero e proprio, perpetrato con fredda lucidità, con premeditazione, con tante persone pronte ad approvare la pulizia etnica del nostro amato vernacolo romanesco. Moravia diceva che il dialetto romano é un misto di fiorentino e di campano. I costruttori di San Pietro erano tutti toscani, e mescolarono il loro dialetto con il dialetto campano. Anche la lingua a Roma é un miscuglio di Italiano. Moravia, anche se campano, diceva anche che Roma non era un cumulo di rovine, perché quelle romane sono rovine attive, ossia sempre in trasformazione, e la
trasformazione é qualcosa di vivo, di vitale. Le stesse idee le ha anche espresse Federico Fellini, per il quale Roma rinasce miracolosamente dalle proprie rovine, come l?araba fenice dalle proprie ceneri. Del resto fin dall’antichità Roma era una città cosmopolita, internazionale; alcuni degli imperatori venivano dalla Spagna, dall’Africa; parecchi degli artisti, scrittori, cineasti che ci hanno offerto nuove visioni o nuove interpretazioni di Roma venivano da altri luoghi o da altri paesi, come il Borromini, Fellini, Gadda, Pasolini. Già Montaigne diceva che alla sua epoca Roma era la città più cosmopolita d’Europa. Dal canto suo Borges non si stancava di ripetere che Roma era un mito dell’immaginazione universale. Significative sono le parole di Adriano riportate nel celebre libro della Yourcenar: “Altre Rome verranno e io non so immaginarne il volto, ma avrò contribuito a formarlo?” A mio parere converrebbe mantenere sempre vive le tradizioni culturali romane e lo spirito della romanità, da lasciare in eredità ai nostri figli e nipoti.

Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma) 

Saturday, March 14, 2009

Passeggiata al porto, di Mario Pulimanti

Mi sveglio pochi secondi prima che scatti la radiosveglia. Sabato. Mattina di fine inverno. Simonetta corre di corsa a una riunione condominiale. Ho mal di testa e non l’accompagno.  
Mi metto in cammino verso il Porto, godendomi il vento mattutino.  Il movimento fisico è un lusso?  No. E' una necessità quotidiana, per tutelare il nostro strumento di eccellenza migliore, il cervello.  Per potenziarne al massimo le capacità nella giovinezza, e contrastare gli insulti del tempo già dalla prima maturità, fino alla vecchiaia.  
Non è mai troppo tardi per scoprire i vantaggi che il movimento fisico dà al cervello.  Di certo, prima si comincia, maggiore è il beneficio.  Usciamo dalla scatola in cui siamo rinchiusi: da case sempre più piccole, da uffici lillipuziani, da automobili in cui stiamo forzosamente seduti per ore, comprimendo, reprimendo e somatizzando frustrazioni ed emozioni.  Un corpo compresso e arrugginito comprime e opprime la mente, la rattrista, la impoverisce.  Un corpo felice di sentirsi vivo, anche nel movimento, nutre il cervello e stuzzica la mente a volare alta e con più gusto. Tutti cercano le terapie naturali. Pochi praticano con costanza la terapia naturale più semplice ed efficace che c'è: passeggiare sul lungomare. 
Mi volto di scatto.  Pallida, magra, vestita di nero, vedo una ragazza avvicinarsi.  Sembra una figura diabolica. Per un istante ne ho paura.  Poi la riconosco.  Una ex collega comunale.  Non é più la ragazzina che ho conosciuto allora.  E' cambiata, ma ancora non so dire quanto.  Dal giorno del mio passaggio a un'altra amministrazione non le ho più parlato. Venticinque anni fa. 
"Sono io...Carla!" Mi porge la mano e me la tiene stretta a lungo. "Abiti a Ostia, vero?" Annuisco. Mi sento le ginocchia molli. Parliamo. Poi mi saluta. "Cerca di farti sentire qualche volta, Mario". Mi sembra di sognare, ma l'urlo di Gabriele mi richiama alla realtà. "Devo andare..." Le lascio la mano. "Buona fortuna". Nel frattempo Gabriele mi ha raggiunto. Mi chiede i soldi per la benzina.  Scuoto la testa, ma lo accontento.  
Riprendo a passeggiare pensando che i limiti di velocità insostenibili e bizzarri ci sono da sempre sulle strade, ma a farli diventare un caso sono stati autovelox, telelaser e photored che, utilizzati a regola d'arte, diventano così efficaci da indurre dubbi sui loro veri scopi. Alcuni limiti sono così difficili da rispettare in condizioni normali che chi ne fosse capace rischierebbe di provocare tamponamenti oltre che intoppi al traffico: un esempio sono i 50 km orari sulle tangenziali e i raccordi a tre corsie o i 40 orari nelle corsie autostradali a due corsie. Arrivo al Porto. 
Mi siedo su una panchina del belvedere. Intravedo Ferruccio in bicicletta. Mi faccio largo tra la folla, ma un istante dopo è scomparso. Oggi c'è molta gente al Porto. E' impossibile trovarlo in questa calca. Accelero il passo. Schivo la gente.  Lo raggiungo. Gli sfioro una spalla. "Ferruccio!". E' davvero lui, pallido e stanco dopo la passeggiata in bici. Dieci chilometri. Dall’Infernetto al Porto. Ci guardiamo per un istante. Entriamo in un bar.  Ci sediamo a un tavolino.  "Vuoi parlare?" Lui scuote la testa.  Deve riprendere fiato. "Vuoi dirmi almeno come è andata la passeggiata?".  "Faticosa".  "Lo capisco".  Usciamo dal bar.  
Dal belvedere rimaniamo a osservare il mare. Mi volto verso lui.   Non gli dico di Carla. Non gli dico di Gabriele. Chissà perché gli parlo di Mourinho.  E' attonito.  Sbuffa annoiato.  Del resto è un milanista doc e non sopporta il trainer nerazzurro. All’improvviso, dico “Chi si é fatto da solo é un tossicodipendente solitario o un imprenditore di successo? E se Dio é immortale, perché ha lasciato due testamenti?” Mi guarda. Per un attimo rimane in silenzio, poi scoppia a ridere. Stringo i pugni. Quindi mi alzo.  
Lo guardo sorpreso: sono già sul punto di inalberarmi. Poi mi rassereno. Ride. Mi saluta e ritorna a casa. Il cielo é limpido e il sole splendente. Penso a papà. “…e caddi come corpo morto cade.” Scoppio a piangere lacrime meritate e, in un certo senso, benefiche. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Friday, March 13, 2009

Quote latte. Che barba! di Mario Pulimanti

La Comunità europea ha consentito a ogni Paese membro la produzione di una determinata quota di latte, che nel tempo è cresciuta. Ma attorno alle concessioni è cresciuto un mercato dei certificati, che ha visto aumentare produttori fittizi, che davano in affitto le loro quote ad allevatori veri, ma sprovvisti di documenti. In questo guazzabuglio (in cui da oltre dieci anni non 
si è riusciti a mettere ordine con un’anagrafe aggiornata) le multe per sforamento delle quote hanno colpito gli allevatori, riducendone molti alla fame. In queste settimane si sta discutendo in Parlamento una legge di riassetto. Ed è per questo che gli allevatori protestano per spiegare che le multe non sono giustificate e soltanto ipotizzare rateizzazioni è una bestemmia. 
Documenti alla mano sostengono che l’ Italia non ha mai sforato le quote, non ha mai prodotto più latte di  quanto avrebbe dovuto, visto che una buona parte viene importato dall’estero. Soltanto alcuni furbacchioni hanno fatto fruttare i loro certificati di carta, guadagnandoci lautamente e costringendo gli allevatori sani a pagare le loro truffe.  
Ecco cosa affermano i manifestanti: "gli allevatori non vogliono essere strumentalizzati dai vari dirigenti sindacali agricoli che hanno tutelato le quote di carta. Siamo stanchi di essere trattati da sudditi, mentre il Governo decreta la morte della zootecnia da latte in Italia con false rateizzazioni, con il proseguo di dette rateizzazioni su multe inesistenti per produzione da latte scritte sulla carta, con l’esproprio di terre e proprietà immobili agli allevatori, la cui sola colpa sarebbe quella di aver prodotto latte italiano". Di mezzo, come non bastasse, ci sarebbero alcune banche "che favoriscono attraverso Equitalia (ministero del Tesoro) l’esproprio delle proprietà". Gli allevatori hanno le idee chiare. Chiedono venga messo fine "allo stillicidio di 17 anni di norme ed emendamenti che distruggono la produzione". Chiedono di contare le vere aziende che producono il latte (sarebbero 40.150 aziende agricole con un milione di mucche), distinguendole da quelle che hanno solo le quote di carta e guadagnano soldi dall’Unione europea senza fare nulla. Chiedono sia verificato dove è destinato il latte italiano, ovvero se è solo latte nostrano quello utilizzato dalle 34 etichette Dop (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Asiago, Montasio...), bandiere della produzione lattiero casearia nazionale. O se invece, come sospettano, arrivi anche dall’estero. È per questo che il movimento dei Cobas per le quote latte (Cospa) ha, chiesto al Ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, profonde riforme al decreto legislativo  sulle quote latte. 
Vogliono che siano riconosciute le quote latte a chi il latte lo produce per davvero, in quanto possessore o affittuario di quote a cui corrisponda un patrimonio zootecnico in attività. Ma non vanno accollate agli allevatori le multe per sforamenti di quote che, secondo il Cospa, non hanno fondamento, perchè l’Italia non ha mai prodotto più di quanto la Ue le lasciasse fare. Anzi, la produzione totale sarebbe del 5-10 per cento inferiore al consentito. Gli sforamenti sarebbero dovuti alle speculazioni di chi finge di produrre.      
Il Cospa vorrebbe che a pagare fossero i truffatori, non gli allevatori veri e per questo chiedono a Zaia di sancire una moratoria in attesa di accertare le responsabilità reali per sforamenti fittizi, per produzioni fasulle. Ma al Cospa replica  Ernesto Folli, presidente  Unalat, parlando all’assemblea dei soci. Annuncia a sua volta  mobilitazioni e chiede modifiche al decreto, ma in senso opposto al Cospa. Vuole innanzitutto l'estensione a tutti i produttori che hanno debiti per prelievi non pagati dell'obbligo di rinunciare al contenzioso prima di procedere alla distribuzione di nuove quote. Come dire che devono accettare i piani pluriennali di pagamento. Su una cosa sola sono d’accordo, con il Cospa: il prezzo del latte italiano è troppo basso e va ritoccato.  Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Friday, March 06, 2009

8 marzo, mimosa e pensieri personali, di Mario Pulimanti

Seduto sul divano, accendo la tivvù. Socchiudo gli occhi mentre la voce di un conduttore stanco esce dall’altoparlante con le ultime notizie.
Disordini in Israele, interventi politici assurdi sulla questione degli immigrati, una rapina a un ufficio postale.
Riapro gli occhi mentre lo speaker è rimpiazzato da un altro che comincia a cantilenare sciocchezze, cosa che mi induce a cambiare canale.
Ehilà, stanno parlando della festa delle donne. Vengo così informato che le origini della festa dell'8 marzo risalgono al 1908, quando a New York, 129 operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le brutte condizioni in cui erano costrette a lavorare.  Lo sciopero durò alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario bloccò le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. 
Nello stabilimento scoppiò un incendio, forse doloso, e le operaie morirono.
Questo fatto diede il via, negli anni immediatamente successivi, ad una serie di celebrazioni che, nei primi tempi, erano circoscritte agli Stati Uniti.
Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, proprio in ricordo della tragedia della fabbrica americana. Comunque esistono altre versioni della storia dell'8 marzo, ma il significato della celebrazione non cambia.
La scelta della mimosa come simbolo dell’8 marzo è stata fatta in Italia, esattamente nel 1946, dalle donne dell’UDI (Unione Donne Italiane) che stavano preparando il primo “8 marzo" del Dopoguerra.
Alle donne romane piacquero quei fiori gialli dal profumo particolare, che avevano anche il vantaggio di fiorire proprio nel periodo giusto e non costavano tantissimo. E così la mimosa divenne da allora il fiore simbolo delle donne e dell'8 marzo. Tuttavia nel corso degli anni il vero significato di questa ricorrenza è un po’ sfumato, lasciando il posto ad una ricorrenza caratterizzata anche da connotati di carattere commerciale e politico.
A mio suocero non piacevano le mimose. A sei anni era stato costretto a vedere la bara del padre cosparsa di petali gialli.
Cavolo, ma cosa mi sta succedendo? Panico.
Ad un certo momento, tutte queste immagini, e altre centinaia che si succedono troppo rapidamente per poter essere colte, mi bombardano nel tempo che impiego a sgranare gli occhi. 
Mi alzo di scatto, ansante. Mi alzo dal divano. Malfermo sulle gambe, avanzo barcollando fino a toccare lo schienale della poltrona.
Sento una forte nausea e vado in iperventilazione, tanto da avvertire un formicolio ai polpastrelli. 
Sopraffatto dal capogiro cado in ginocchio e mi piego in avanti ritrovandomi carponi, con lo sguardo puntato sul pavimento.
Dopo un paio di muniti di affanno durante i quali non oso abbassare le palpebre, mi tiro su lentamente. 
Ho il viso madido di sudore e mi asciugo con il dorso della mano prima di alzarmi del tutto, cauto. Le gambe mi tremano appena mentre muovo i primi passi verso il tavolino. Da lì mi dirigo a fatica verso la porta, aggrappandomi saldamente.
Il piccolo corridoio che porta alla mia camera da letto mi sembra molto più lungo di quanto sia in realtà: ho l’impressione di camminare per un’eternità prima di toccare la porta della camera. L’apro trascinandomi un passo alla volta fino al letto, dove mi sdraio. 
Il letto risponde scricchiolando minaccioso sotto il mio peso. Penso a quando ho chiesto il motorino a papà. Allora avevo appena compiuto quattordici anni ed ero sicuramente un adolescente rompicoglioni.
Credo di aver detto parecchie sciocchezze e gli vomitai addosso una marea di accuse,   ma lui non perse la calma e mi lasciò sfogare, prima di giocare il suo asso nella manica: un Benelli “Gentleman” rosso.
All’improvviso, uno strano profumo di mimosa. Chiudo gli occhi.  Poi svengo.
Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Wednesday, February 18, 2009

Povia è antigay?, di Mario Pulimanti

Stasera mi sento di schifo. Un perfetto idiota. Ormai sono maturo per qualche ospedale psichiatrico per lungodegenti.
Gabriele mi consiglia di riposarmi, finendo di parlare con un sorrisetto. Liturgia. Alzo le spalle. Tanto sono sicuro che non servirebbe a nulla.
Grazie al cielo a Sanremo c’è Roberto Benigni.
Così mi limito a sedermi davanti alla TV ad aspettarla e, detto per inciso, a godermi lo spettacolo. Sono sicuro di aver piazzato il colpo mortale alla tristezza. Giusto.
Ogni tanto ho l’impulso di cambiare canale, dopo aver ascoltato canzoni belle, canzoni ballabili basate su ritornelli accattivanti e canzoni bruttine ma cantate da famose star, quando eccolo arrivare sul palco dell’Ariston.
Roberto Benigni: un grandissimo talento unito ad una vivace intelligenza.  Inutile dire di più. Termina di recitare. Rimango in silenzio ancora per qualche minuto, poi rimetto a posto il cuscino del divano e mi alzo.
Uscendo dalla sala da pranzo, mio figlio Alessandro mi chiede cosa ne pensi di Povia. Non so cosa rispondergli. Ho ascoltato la contestata canzone “Luca era gay”, la storia di un omosessuale che diventa eterosessuale. Mah…Povia racconta semplicemente una storia di confusione, ed è anche apprezzabile sul piano musicale, ma Sanremo è un amplificatore tremendo e distorcente.
Quindi ci sono state manifestazioni antipovia da parte di associazioni gay e del “Comitato di liberazione da Povia” che ritengono il testo offensivo.
“I diritti non si barattano per quattro soldi: venduto”. “L’unico malato sei tu”. “Benigni, coraggio: schierati contro l’omofobia”.
A sollevare i primi cartelloni anti-Povia davanti all’ingresso dell’Ariston sono stati alcuni rappresentanti della federazione giovanile dei Comunisti italiani.
Dichiarazioni attribuite a Povia in interviste a varie riviste in verità non hanno facilitato la distensione.
Sabato, poi, sarà la volta della manifestazionedell’Arcigay.
Vabbè, però ritengo eccessivo tutte queste polemiche su una semplice canzone.
I problemi sono ben altri, come quelli affrontati da Benigni che a un certo punto del suo bell’intervento ha detto che “gli italiani non hanno bisogno della certezza della pena, bensì della certezza della cena”, alludendo chiaramente alla continua perdita d’acquisto dei nostri salari. Poi spengo le luci e vado a letto. A dormire, o a provarci. Nella penombra, penso a tante cose.
Penso che mi è piaciuta più la canzone di Marco Carta di quella di Povia.  Cavolo, non sarò mica gay?

Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Thursday, February 05, 2009

Un assassino è anche un bugiardo, di Mario Pulimanti

Sul giornale leggo una notizia. Mi risulta indigesta come il trapano di un dentista. Cesare Battisti dal Brasile ha additati i suoi vecchi compagni come i veri autori degli omicidi per cui è stato condannato, definendoli "collaboratori di giustizia e pentiti". Due di loro: Giuseppe Memeo e Sebastiano Masala, più la moglie del terzo, Gabriele Grimaldi, morto alcuni anni fa, hanno risposto a "questa infamia". Il quarto, Sante Fatone non ha replicato perché collaborò con i magistrati. "Consideriamo riprovevoli le dichiarazioni di Battisti che ci ha qualificati come collaboratori di giustizia o pentiti", sostengono Giuseppe Memeo, Sebastiano Masala e Pia Ferrari Grimaldi. "Pensiamo che l'atteggiamento complessivo del personaggio - dicono - non aiuti, a distanza di anni, il dibattito per il superamento di quella tragica storia che tanti lutti e sofferenze ha provocato". Memeo, Masala e Grimaldi, insieme a Fatone, tutti componenti dei Pac (Proletari armati per il comunismo), sono stati condannati a pene variabili per l'omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani avvenuto a Milano il 16 febbraio del 1979, e per altri delitti compiuti dai Pac, ai quali vennero attribuiti gli omicidi del macellaio veneto Lino Sabbadin, avvenuto lo stesso 16 febbraio '79, del maresciallo Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, e dell'agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. "A distanza di 30 anni da quei drammatici fatti che ci videro coinvolti e per i quali venimmo condannati -dicono ancora- ci rivediamo ributtati in prima pagina con una falsificazione delle nostre posizioni processuali a dir poco infamante. Ognuno allora fece la scelta che ritenne più opportuna. Noi -aggiungono- non barattammo la libertà con quella degli altri coimputati, infatti venimmo condannati a 30 anni di reclusione ciascuno, a differenza dei pentiti che se la cavarono con qualche annetto di protezione da parte dello Stato". Inoltre, ricordano di avere scontato la pena fino all'ultimo minuto, usufruendo dei benefici previsti per tutti i detenuti dall'ordinamento penitenziario e ammettono che, durante la loro detenzione si è sviluppato un dibattito che negli anni ha portato a una revisione critica da parte dei protagonisti di quella storia culminata in quel movimento conosciuto come della dissociazione, che però ha rifiutato ogni delazione. "Il percorso, cui abbiamo aderito -proseguono- è stato riconosciuto con una legge dello Stato anche in termini di riduzione delle pene. Mai -ribadiscono- abbiamo accusato nessuno davanti a un giudice, al contrario, siamo stati accusati dai pentiti e condannati sulla base di quelle dichiarazioni e delle risultanze processuali". Degne di rilievo sono state, infine, le dichiarazioni del ministro della Difesa, Ignazio La Russa che, commentando proprio queste ultime dichiarazioni di Cesare Battisti che dal Brasile si è proclamato innocente e non responsabile degli omicidi di cui e' stato accusato, ha detto: "Quando mai si e' visto un terrorista assassino che non sia bugiardo?" Anche io la penso così. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Monday, January 26, 2009

"Menopausa" maschile, di Mario Pulimanti

E' sabato. Improvvisamente, mi sveglio. Ahi, la testa. Che male! Sbadiglio con la mascella che scricchiola per l'accumulo notturno di calcio, poi impiego un minuto per ritrovare l'orientamento. Postumi da valeriana. Mi costringo a mettere i piedi a terra, penso di fare qualche esercizio per gli addominali, decido che non sono ancora pronto e vado a fare una doccia tiepida. Il sapone che promette di aprirmi gli occhi non lo fa. Quando esco dalla doccia sono assonnato come prima e in più o i brividi. "Basta", dico alla mia faccia allo specchio. Cristo, ho cinquantatre anni. Non ho mai avuto un brufolo dai tempi della scuola media, ma adesso c'é un foruncolo che mi fissa come un terzo occhio in mezzo alla fronte. Ho le crisi della mezza età. Sarà menopausa maschile? Meglio uscire. Ostia ha l’odore dell’ inverno e cioè il tanfo di spazzatura e gas di scarico ha una sfumatura di vento freddo. E' adeguatamente ventosa, la temperature è poco sopra i cinque gradi, i marciapiedi umidi per la recente pioggia. Riprende a piovere e le nuvole grigie si fondono con i toni bruno e nero della cittadina e degli alberi morti, i pochi che ci sono. Le fogne non funzionano e dovunque brandelli di cose morte si trasformano in fango alla prima pioggia. Come al solito ci sono in giro nuvole di fumo passivo sufficienti a far ammalare di cancro degli animali da laboratorio. Oggi di pensieri ce n’è un’insalata. Penso a papà. Pasquetta del novantadue. E' allora che sono diventato quello che sono oggi. Penso a Nonna Jole.  Non posso dimenticarmi il suo volto saggio e profumato, gli occhi celesti e i capelli grigi raccolti dietro la testa. Brrr. Mi sento gelare a questi ricordi. Lasciamo stare. Penso a mia moglie. E' una donna che si preoccupa di tutto. La lista delle cose di cui si preoccupa in ogni dato momento è interminabile: il benessere dei figli, per esempio, o l’inadeguatezza del nostro stipendio, o il taglio delle spese scolastiche minacciato nella scuola di nostro figlio Alessandro, o la macchia d’umidità sopra la finestra, o lo scricchiolio delle sue giunture ogni volta che si alza la mattina, o il libro che da tempo nostro figlio Gabriele deve restituire alla biblioteca comunale e non riesce più a trovare, o il riscaldamento del pianeta. Ma in questo momento particolare ci sono due cose che le danno ulteriori motivi di preoccupazione: la minacciosa certezza dell’avanzare del tempo (Tempus fugit!) nonché lo stato della salute mentale di suo marito (vale a dire, del sottoscritto).  Mi dice: “Guardati intorno. Ci sono uomini che fanno jogging, che coltivano ortaggi, che vanno in bicicletta, che costruiscono case. La tua specialità è quella di essere negato per qualsiasi lavoro manuale”.  Questo vale anche per l’educazione dei figli.  Mi accusa di essere come Ulisse, l’Odisseo che lascia il figlio appena nato e quando lo riabbraccia ha venti anni e si è fatto uomo: Telemaco. Difatti, a suo dire, mi sono ritrovato Gabriele ventiduenne senza aver fatto nulla, perché ha pensato sempre a tutto lei.  Del resto dice che la mia filosofia di vita è l’utilitarismo spinto.  In poche parole sarei un integralista dell’edonismo estremo. Ognimodo ho due figli svegli. Beh, per dirla giusta a volte non mi sento del tutto realizzato nella vita professionale e in quella creativa. Malumori passeggeri. Ah, tra Gabriele e il quattordicenne Alessandro qualsiasi contatto è fuori discussione finché non raggiungono la privacy impenetrabile del salotto di casa. Il casino è che il grande non ama avere il piccolo tra i piedi. Ma giunti a casa….Fin da piccoli, col pretesto di disegnare, scrivere e colorare, in realtà si assestano colpi di matita e pastelli negli occhi, nelle orecchie ed in altre parti del corpo, mentre guardo impotente Simonetta che, sfigatissima, sembra avere il sorriso teso e lo sguardo perso di chi non desidera altro che essere trasportata il più lontano possibile. Non sono certo un uomo con una posizione appetibile.  Sono un funzionario statale bloccato al nono livello da molto tempo. Da quando va avanti questa storia? Da 20 anni. Funzionario statale suona, comunque, un po’ stalinista, a mio parere.  Bando alle rassegnazioni.  Ehilà, che strana giornata ieri. Da subito. Ero già fuori di testa al pronti-via. Pazzesco: all’improvviso una collega pomposa, che pensa di essere una giurista doc, si è sentita in dovere di spiegarmi i motivi per cui è stato emesso un certo parere del Consiglio di Stato.  Ma era troppo pallosa e deprimente, per cui mentre parlava a un certo punto staccavo la spina e pensavo al teatro.  Lei un paio di volte mi ha guardato strana, per cui mi sa che spesso mi ha detto delle cose che dopo gliele ho chieste un’altra volta. Tipo una volta che mi sono rimesso in onda e ho sentito che faceva: bla, bla, bla il parere del Consiglio di Stato di dicembre. Al che le faccio:  "Quand’è che è stato emesso il parere?"  Ma credo che era quello che aveva appena detto. Il parere è di dicembre. Ma a dirla tutta: non ero stato mica io a chiederle queste cose, capito.  Cioè sarebbe stato più facile concentrarmi se avesse parlato con meno spocchia e boria. Vabbè, la roba più importante è che poi  è andata via lei e la sua vanagloria. Ne ho fatta di strada, dai tempi in cui avevo i capelli neri. Adesso, che li ho come quelli di Kit Carson, posso dire che sono cresciuto come persona: una volta la collega tracotante l’avrei invitata a fare un viaggio fino al buco del culo del mondo. Il che mi fa pensare, solo per un attimo, che sarebbe stato meglio se l’avessi fatto, come insegnano gli episodi di bullismo scolastico. La verità è che sia a scuola che al lavoro vengono premiati i più furbi e prepotenti e non quelli più bravi.  A essere sinceri, non è che voglio sbrodolarmi addosso dicendo che sono più competente di colleghi che hanno reggenze e incarichi che io non ho. Ci mancherebbe! Basta pensare al lavoro. Allora decido di andare a Cineland. Gioco a boowling. Con Ferruccio. Il boowling mi offre un rifugio dai problemi, buttare giù un birillo dopo un'altro mi mette in uno stato quasi zen. Dimentico il mio lavoro, la mia insonnia, i miei problemi. Torno a casa. Mi preparo un drink. Finisco di bere il mio gin and tonic, che la cena è quasi pronta.

Bene. Sento un odorino. Ora posso concludere.  Insomma, alla prossima.

Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Wednesday, January 21, 2009

Ridere fa bene, di Mario Pulimanti

Non ho l’aria condizionata. Per risparmiare. Il che significa che in estate in casa mia c’è più o meno la stessa temperatura che all’inferno, ma con più umidità.Nel tentativo di raggranellare spiccioli, dunque, ho trasformato il mio appartamento in una serra. Nel periodo estivo é così caldo che delle orchidee selvatiche spuntano sui cuscini del divano. Esco. Nelle strade vicino a casa mia ci sono più tombini che asfalto e io mi devo contorcere ogni volta che la mia macchina prende una buca. Sto andando a trovare un amico. Il condominio dove vive è il più bello dell’isolato, il che non significa molto. Ci sono comunque dei graffiti sul marciapiede e sui muri, nel portone ci sono tre evidenti buchi di strana provenienza. Parcheggio davanti all’edificio, sulla strada. Scendo dalla macchina provando lo stesso senso di disagio che ho sempre a Nuova Ostia. Il portone blindato ha la serratura rotta e mi permette di entrare facilmente. L’atrio puzza di sporcizia e di marcio. Altri graffiti sulla parete, qualcuno ha spaccato due delle tre luci del corridoio. Il mio amico ha un appartamento al piano terra. Il numero è stato tolto dalla porta. Busso. Mi apre la porta. Entro. Ride. Sembra posseduto da uno degli Orsetti del Cuore. Il motivo? E' contento perché é arrivato il carnevale del 2009! Incredibile, vive in questo tugurio, eppure ride per il carnevale. Mmmh...a questo punto mi mostro freddo fino alla scortesia, perché secondo me sta esagerando. Eppure lui continua a ridere, contento. E' proprio vero quando si dice "Beati i puri di cuore". E lui, vedendomi perpòesso, mi fa: "Mariuccio, la vita va presa ridendo, senza pensarci troppo sopra!" Mi ha convinto. Rido anch'io. Passiamo due ore in allegria, tra battute spiritose e birra a volontà, poi lo saluto. Ritorno a casa, più contento di quando ne sono uscito. Mi metto al pc. E scrivo le cose che state ora leggendo, non per rilevare un codice segreto che apra una porta nascosta su un mondo d’insperate possibilità, ma per dire una cosa, sì ovvia, ma ugualmente importante, che mi fatto capire il mio amico: ridere stimola il sistema cardiovascolare tanto quanto l'esercizio fisico. Ridere fa bene al cuore, mentre la depressione aumenta il rischio di mortalità.Quindi non dobbiamo offenderci se a volte amici, colleghi o semplici conoscenti scherzano su questioni che ci toccano. È umano, naturalmente, ma riuscire a ridere di noi stessi è salutare. Come ho detto fa bene al cuore. Una medicina che va bene per tutti, grandi e piccoli, uomini e donne. Quindici minuti quotidiani di sane risate rappresentano una cura molto efficace per il sistema cardiovascolare. Tanto è vero che il riso fa buon sangue ed il ridere anche di noi stessi è la migliore medicina perché il buon umore sembra attivare le reti del cervello che sono coinvolte nel benessere psicofisico. L'umore ha un grande impatto sulla nostra salute psicologica e fisica. Il nostro senso dell’umorismo, intendendo con questa espressione anche la capacità di stabilire amicizie ma anche rapporti di coppia duraturi, è una potente medicina anti-stress. Vivere con il sorriso sulle labbra -anche quando si viene derisi o criticati ingiustamente- aiuta ad affrontare meglio le difficoltà della vita, non costa nulla e non ha effetti collaterali. Ho sempre saputo che il riso aiuta la salute e che ridere difende dal logorio. L'umorismo è una necessità, risultato di un impulso a eludere la ragione, ricreando in noi adulti uno stato infantile della mente, come rimozione di inibizioni interne. E’ basato spesso su un meccanismo psicologico che cela l'orgoglio di sentirsi migliori degli altri. Perché l'umorismo permette di parlare di cose che in società sono inammissibili. In questo senso ha a che fare con l'aggressività, come la sessualità. Si possono dire battute sessuali senza scandalizzare. Mentre la volgarità dà fastidio. Eppure persino questo tipo un po’ becero di umorismo affranca, ridendo, da uno dei tabù imposti dalla società e assorbito nella coscienza. Ecco perché i bambini si divertono a dire parolacce, a parlare di cose proibite. Sembra che sia terapeutico anche l'umorismo nero, perché aiuta ad allontanare l'ansia nei confronti della morte. Scarica tensioni, eliminando le quali restano più energie per affrontare la giornata, il lavoro, lo studio, la famiglia. Non si migliorano così le capacità intellettive, ma queste vengono sfruttate meglio. Mentre se si è tesi non si riesce a concentrarsi, per essere creativi. Curarsi ridendo, guarire ridendo, è forse più difficile da quando il carnevale dura tutto l'anno, e non solamente nei pochi giorni in cui il Buffone diventava Re. Buon Carnevale a tutti!

Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)