Saturday, August 30, 2008

Vacanze, di Mario Pulimanti


All'ora di pranzo sono esausto. Cerco di mangiare, ma ho lo stomaco chiuso. Tento di dormire perché mi sento mortalmente stanco, ma non ci riesco: la solitudine non mi da tregua. Amici, amiche, moglie, figli e compagnia varia sono in vacanza, io no. Allora mi getto sull'erba del Parco Pallotta, insolitamente deserto come può essere solo un parco a Ferragosto, e guardo il cielo al di sopra di me: fantastico di essere un uccello per poter volare via da qui, lontano, verso straordinarie avventure. Sono solo. E sono triste. Quanto non lo sono mai stato in vita mia. Riprendo a piangere sommessamente: sento il disperato bisogno di avere qualcuno con cui parlare. D'un tratto, uno scricchiolio diverso dal solito. "Chi é?" domando incerto. Silenzio. Allora mi lascio prendere dalla paura. "Chi diavolo é?" urlo a squarciagola, mentre i passi sono ormai a pochi metri da me. "Zitto, Mario, sono io!". Ferruccio. E' la sua voce. "Sono solo, passavo di qui e ti ho visto" risponde. Sono felice di non essere più solo. Mi offre una mentina. E' deliziosa. "Vuoi sentire cosa penso delle vacanze?" mi chiede. Annuisco. Incrocia le gambe e inizia a parlare. "Sei fortunato. Non si può dire che le vacanze siano rilassanti". "Però é triste restare soli" lo interrompo. Ride. "Bé, per farla breve, io odio le vacanze. E le odierai anche tu, dopo che mi avrai ascoltato". E inizia a parlare "Per prima cosa é nata la villeggiatura, divenuta vacanza nell'evoluzione dei comportamenti sociali." Faccio una faccia scandalizzata. "Lo so, cosa credi?". "Oh, guarda che sei proprio permaloso!" mi prende in giro Ferruccio. "Insomma, Mario, stammi a sentire una buona volta, senza interrompermi." "Come, scusa?" dico. Arrossisco, ma prendo lo stesso ad ascoltarlo con attenzione. "La vacanza è nata per consentire a noi stessi di stare meglio -dice- di avere uno spazio libero nel tentativo che il riposo e la libertà ci rendano migliori. Si va in vacanza invece occupando il nostro corpo e la nostra mente molto spesso quanto e come le situazioni lavorative. Si va in vacanza come idea, idealità, forse l'utopia di cercare un luogo che non c'è, un silenzio ormai difficile da trovare. Ecco la vacanza è il grande luogo ormai del malessere, dei viaggi agognati, ma tormentati, in lungo e in largo per il paese o all'estero, carichi di voli da prendere, chilometri da divorare, carte di credito che ti polverizzano ogni idea di viaggio al risparmio. Si parte, si deve partire, non partire è come morire, come reietti messi al bando dal contesto e dall'omologazione sociale, per andare in vacanza litigano le coppie, soccombono le famiglie, piangono e si deprimono i single, si negano e si nascondono quelli che la vacanza non la sopportano o non se la possono permettere. Diverse sono le tipologie di vacanza, la mordi e fuggi, decise all'ultimo momento, durano poco, spartane con l'illusione di fare un affare. Quella esotica, deve essere inaccessibile, lontana, difficile, per pochi, non importa se poi trovi la Costa Crociere nell'isoletta spersa e la famiglia allargata del paese vicino. C'è la vacanza tutto sole, Maldive o Mar Rosso ai saldi, sempre esclusiva nell'atollo maldiviano ma invece tutto romano, lo pensavi tutto privacy e intimità. C'è la vacanza intelligente, quella colta, tutta musei, fiordi norvegesi, autostrade e parchi americani. Poi c'è quella casereccia, dalle spiagge larghe, gli ombrelloni stretti, bocce, pallavolo, musica, panini, pizze in quantità, una sagra paesana garantita 24 ore su 24. C'è infine quella tragica, depressiva, trasgressiva della notte dove l'obbligo è bere, drogarsi, farsi di tutto e di più, raccattando uno spazio di emozione che nemmeno ricordi al tuo risveglio, sono le vacanze dei cosiddetti giovani, bottiglie e rumore, pattume del divertimento mal vissuto, mal digerito, mai capito. La vacanza è allora uno stress, un impegno, dove il filo conduttore è fare qualcosa, qualsiasi cosa tranne il riposo, tranne i tempi vacui, lasciati andare agli spazi della mente, del sogno, quella pigrizia sonnolenta che nel caldo o la frescura della montagna ti fa ritrovare anche quel te stesso che credevi non ci fosse più. Ci logoriamo perché incapaci di vivere ormai il silenzio, il tempo lungo, il non luogo come risorsa, non come rigurgito di una incapacità, una sostanziale difficoltà ad uscire dagli schemi che dimostrano la nostra assuefazione dal tempo, dal fare anziché dall'essere, quel fare che ormai ti fa sentire parte del mondo perché non andare in vacanza significa una sconfitta, una rinuncia, non una scelta, oggi sarebbe davvero l'unica libertà." Detto questo, Ferruccio si interrompe e trae un profondo respiro. Lo guardo senza parlare. "Allora, Mario, ora sei ancora triste o sei contento per lo scampato pericolo di aver evitato una faticosa vacanza?" Mi sento incredibilmente calmo. Dopo un istante di silenzio, tolgo il broncio e gli dico: "Le tue non sono state parole gettate al vento". Penso che aveva proprio ragione Antonello Venditti, quando cantava la sua bellissima canzone "Ci vorrebbe un amico". Primo di invitare al bar Ferruccio per bere insieme una birra fredda, lo abbraccio.Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Friday, August 15, 2008

Olimpiadi, di Mario Pulimanti

Seduto a gambe incrociate su una panchina, nel cortile di mia suocera a Collevecchio, con il gatto Romeo coricato sulle mie scarpe. Guardo l'oscurità avvolgere il monte Soratte. Oggi ha fatto molto caldo. Adesso che si è fatta notte ci sono sempre trenta gradi. E' l’inizio di agosto. Allungo il braccio verso la bottiglia di Corvo bianco, me ne verso un dito. Avvicino il giornale agli occhi. Leggo. Passo le dita tra il pelo di Romeo. Miagola, contento. Certo, è un gatto che puzza di gatto, ma gli sono grato che stia spaparanzato sulle mie scarpe. Allora, cosa leggo? Ecco. Panico: ci sono segnali preoccupanti. Meglio sbrigarsi, allora, prima che sia troppo tardi. Di cosa sto parlando? Ma delle Olimpiadi, diamine! Difatti, a due giorni dall'apertura delle Olimpiadi 2008, nessuno, credo, se la sentirebbe più di ripetere lo stanco ritornello che vuole il mondo della politica e quello dello sport autonomi e separati, ciascuno funzionando secondo le proprie regole. Non è mai stato così, almeno da quando l'affermarsi della società di massa e il contemporaneo sviluppo dei mezzi di comunicazione hanno tolto alle grandi manifestazioni sportive il loro carattere amatoriale e dilettantistico mettendo nelle mani dei detentori del potere un nuovo straordinario strumento di propaganda. Già le Olimpiadi di Berlino del '36 furono una formidabile vetrina della Germania nazista. E il pugno alzato di Smith e Carlos sul podio di Mexico '68 resta un esempio classico di uso politico dello spettacolo sportivo. Per non parlare dei boicottaggi incrociati di Mosca '80 e di Los Angeles '84. Smetto di leggere, do un'occhiata all'orologio, poggio il giornale sulla panchina. Di lì a un quarto d'ora andrò a letto. Con la mano sinistra intorno a Romeo, la mano destra intorno al bicchiere, fisso la montagna, dritto negli occhi. Ma la montagna non si prende la briga di ricambiare lo sguardo. Mi ignora, orgogliosamente
Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)

Mare o montagna, di Mario Pulimanti

A mia moglie piace la vita in campagna. Le piace stare seduta a guardare il sole che tramonta. Ha sempre desiderato avere una casa con un panorama meraviglioso, vicino al campo di olivi, alle vigne, al giardino di rose, ai gelsomini che profumano l’aria della sera. Avrebbe gradito, infatti, crescere i nostri due figli alla maniera degli antenati. Lei stessa avrebbe insegnato loro a fare il vino e ad allevare le api. Ed i nostri figli -a suo dire- sarebbero cresciuti in pace e sarebbero vissuti in serenità all’ombra di grandi alberi solitari, ascoltando il pigolio degli uccelli che, dopo essersi rincorsi in cerimonie di corteggiamento, cercano il nido su querce così alte che sembrano reggere il cielo. Al contrario, a me piace il mare. Il mare è lo specchio dei nostri pensieri, e sfortunatamente anche di quelli più profondi e malinconici. Riflette ciò che sta nascosto nelle profondità del nostro animo, le nostre paure inconfessate, perfino il volto della morte sembra trasparire, a volte, sotto la sua superficie liquida e mutevole, dietro l’orizzonte che fugge sempre più lontano, che non si fa mai raggiungere. Di sera, la luna sorge dal mare illuminandolo. E la superficie scagliosa del mare riflette i raggi della luna in mille sfaccettature tremolanti. E’ palese che io e mia moglie, in molti campi, abbiamo preferenze diverse. Nonostante questo, mi sento irresistibilmente attratto da lei come da una forza della natura. Ora abitiamo ad Ostia, giustamente definito “il mare di Roma”. Ma le ho promesso che un giorno andremo a vivere in campagna. E lei sai che un Romano mantiene sempre la parola data! Ma voi vi fidereste della parola di uno statale? Mario Pulimanti (Lido di Ostia-Roma)