Friday, March 27, 2009

Il pendolare, di Mario Pulimanti

Sono pronto per la prova più importante della giornata: il viaggio sulla metro.
Da Ostia a Roma. Tutto bene?
Bene un corno, dannazione! Ho un fastidioso mal di testa. Che diamine! Vado a lavorare controvoglia.
Penso a mio padre. Mi assale la tristezza. E’ morto qualche anno fa e mi é stato difficile accettare il fatto di non poterlo vedere. Più.
La sua perdita mi ha segnato profondamente. Aveva solo sessantasei anni.
Un compagno di sventura mi spinge.  Mi volto e lo fulmino con lo sguardo. Arrivo alla stazione della Piramide, ma il mio viaggio continua.
Debbo, infatti, arrivare fino a Termini con un’altra linea della metro: l’affollatissima B.  Scendo di sotto con la scala mobile. Mi rendo conto, appena vedo la piattaforma, che difatti è affollata all’inverosimile. Più del solito. Deve esserci stato qualche guasto e probabilmente non arrivano treni da almeno un quarto d’ora.
Scendo dalla scala mobile. Tempo cinque minuti e arriva un treno, ogni centimetro di carrozza stipato di corpi sudati, accartocciati, pigiati in un insieme compatto. Non provo neanche a salire, ma nel pandemonio di persone che sgomitano per aprirsi un varco l’una sull’altra, riesco a guadagnare la prima linea della piattaforma e resto in attesa del convoglio seguente.  Che arriva alcuni minuti dopo, ma pieno zeppo come il precedente.
Quando le porte si aprono e qualche passeggero dalla faccia paonazza si fa largo tra la folla in attesa, mi pigio dentro e respiro una boccata d’aria viziata, stagnante. Mi sembra che l’aria sia passata per i polmoni di ciascuno un centinaio di volte. Altra gente s’ammassa alle mie spalle e mi trovo spiaccicato tra un giovane arabo ed il vetro divisorio che ci separa dall’area dei posti a sedere.
Normalmente avrei preferito mettermi con il naso pigiato contro il vetro, ma quando ci provo scopro una gran chiazza viscida, proprio ad altezza del mio viso, un accumulo di sudore e di unto lasciato dalla testa dei passeggeri che si sono strusciati contro la lastra trasparente, così non posso far altro che girarmi e fissare, occhi negli occhi il ragazzo che ho davanti.
Quando al terzo o quarto tentativo si chiudono le porte io e lui ci ritroviamo ancora più pigiati perché la gente accalcatasi sulla porta senza riuscire a entrare finisce con lo stiparsi dentro insieme a noi. Se dovessi svenire non cadrei in terra perché spazio per cadere proprio non c’è.
Arrivo a Termini decisamente provato.  Al contempo penso che mi farebbe bene bere un caffè.   Che prendo subito prima di entrare in ufficio.
E’ proprio vero: fare il pendolare stanca.  Ve lo giuro!
Mario Pulimanti (Lido di Ostia - Roma)

Saturday, March 21, 2009

Amo Roma, di Mario Pulimanti

Ferruccio. Ferruccio non è capace di parlare male di nessuno. Milanese e milanista ha sposato Silvia e la sua romanità. Valter. Il suo punto di vista lo si afferra meglio badando alle allusioni piuttosto che alle dichiarazioni. Romano e romanista, a lui risulta più congeniale il suggerire piuttosto che il dire. Ha confermato la sua romanità sposando la neolaureata Liliana. Io, romano doc, sono venticinque anni che regalo alla sabina Simonetta la mia romanità. Ora Gabry la sta offrendo a Sara. Bella e di Busto Arsizio. Ferruccio e Silvia. Valter e Liliana. Io e Simonetta. Gabry e Sara. La romanità. Allora eccomi qui, a pormi una domanda: ma quanti abitanti che oggi vivono a Roma sono romani? Siamo arrivati quasi a pasqua del 2009, che cosa resterà in futuro della romanità? Certo, nel corso dei secoli Roma ha subito anche drammatici spopolamenti e poi lenti e progressivi ripopolamenti. L’antica Roma era abitata da quattromilioni di abitanti che nel Medioevo sono ad un certo punto (per vari motivi: inondazioni, peste ecc.) diminuiti fino ad arrivare solamente a 50mila abitanti. Ai tempi del Belli ce n’erano 160 mila, che all’inizio del secolo erano saliti a 200 mila, ma nel corso degli ultimi sette o otto decenni, specialmente a partire dal dopoguerra, si é ripopolata ad un ritmo vertiginoso. Oggi conta quasi cinque milioni di abitanti. Ma soltanto in minima parte sono romani: non più di centomila. I restanti quattro milioni e novecentomila residenti non sono romani. E tutto sta ad indicare che i romani sono destinati a ridursi ulteriormente, probabilmente fino a sparire, come sarà destinato a sparire purtroppo anche il nostro bellissimo dialetto. Infatti il dialetto romanesco é ormai moribondo. Trattasi non già di una morte naturale, bensì di un assassinio vero e proprio, perpetrato con fredda lucidità, con premeditazione, con tante persone pronte ad approvare la pulizia etnica del nostro amato vernacolo romanesco. Moravia diceva che il dialetto romano é un misto di fiorentino e di campano. I costruttori di San Pietro erano tutti toscani, e mescolarono il loro dialetto con il dialetto campano. Anche la lingua a Roma é un miscuglio di Italiano. Moravia, anche se campano, diceva anche che Roma non era un cumulo di rovine, perché quelle romane sono rovine attive, ossia sempre in trasformazione, e la
trasformazione é qualcosa di vivo, di vitale. Le stesse idee le ha anche espresse Federico Fellini, per il quale Roma rinasce miracolosamente dalle proprie rovine, come l?araba fenice dalle proprie ceneri. Del resto fin dall’antichità Roma era una città cosmopolita, internazionale; alcuni degli imperatori venivano dalla Spagna, dall’Africa; parecchi degli artisti, scrittori, cineasti che ci hanno offerto nuove visioni o nuove interpretazioni di Roma venivano da altri luoghi o da altri paesi, come il Borromini, Fellini, Gadda, Pasolini. Già Montaigne diceva che alla sua epoca Roma era la città più cosmopolita d’Europa. Dal canto suo Borges non si stancava di ripetere che Roma era un mito dell’immaginazione universale. Significative sono le parole di Adriano riportate nel celebre libro della Yourcenar: “Altre Rome verranno e io non so immaginarne il volto, ma avrò contribuito a formarlo?” A mio parere converrebbe mantenere sempre vive le tradizioni culturali romane e lo spirito della romanità, da lasciare in eredità ai nostri figli e nipoti.

Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma) 

Tuesday, March 17, 2009

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Saturday, March 14, 2009

Passeggiata al porto, di Mario Pulimanti

Mi sveglio pochi secondi prima che scatti la radiosveglia. Sabato. Mattina di fine inverno. Simonetta corre di corsa a una riunione condominiale. Ho mal di testa e non l’accompagno.  
Mi metto in cammino verso il Porto, godendomi il vento mattutino.  Il movimento fisico è un lusso?  No. E' una necessità quotidiana, per tutelare il nostro strumento di eccellenza migliore, il cervello.  Per potenziarne al massimo le capacità nella giovinezza, e contrastare gli insulti del tempo già dalla prima maturità, fino alla vecchiaia.  
Non è mai troppo tardi per scoprire i vantaggi che il movimento fisico dà al cervello.  Di certo, prima si comincia, maggiore è il beneficio.  Usciamo dalla scatola in cui siamo rinchiusi: da case sempre più piccole, da uffici lillipuziani, da automobili in cui stiamo forzosamente seduti per ore, comprimendo, reprimendo e somatizzando frustrazioni ed emozioni.  Un corpo compresso e arrugginito comprime e opprime la mente, la rattrista, la impoverisce.  Un corpo felice di sentirsi vivo, anche nel movimento, nutre il cervello e stuzzica la mente a volare alta e con più gusto. Tutti cercano le terapie naturali. Pochi praticano con costanza la terapia naturale più semplice ed efficace che c'è: passeggiare sul lungomare. 
Mi volto di scatto.  Pallida, magra, vestita di nero, vedo una ragazza avvicinarsi.  Sembra una figura diabolica. Per un istante ne ho paura.  Poi la riconosco.  Una ex collega comunale.  Non é più la ragazzina che ho conosciuto allora.  E' cambiata, ma ancora non so dire quanto.  Dal giorno del mio passaggio a un'altra amministrazione non le ho più parlato. Venticinque anni fa. 
"Sono io...Carla!" Mi porge la mano e me la tiene stretta a lungo. "Abiti a Ostia, vero?" Annuisco. Mi sento le ginocchia molli. Parliamo. Poi mi saluta. "Cerca di farti sentire qualche volta, Mario". Mi sembra di sognare, ma l'urlo di Gabriele mi richiama alla realtà. "Devo andare..." Le lascio la mano. "Buona fortuna". Nel frattempo Gabriele mi ha raggiunto. Mi chiede i soldi per la benzina.  Scuoto la testa, ma lo accontento.  
Riprendo a passeggiare pensando che i limiti di velocità insostenibili e bizzarri ci sono da sempre sulle strade, ma a farli diventare un caso sono stati autovelox, telelaser e photored che, utilizzati a regola d'arte, diventano così efficaci da indurre dubbi sui loro veri scopi. Alcuni limiti sono così difficili da rispettare in condizioni normali che chi ne fosse capace rischierebbe di provocare tamponamenti oltre che intoppi al traffico: un esempio sono i 50 km orari sulle tangenziali e i raccordi a tre corsie o i 40 orari nelle corsie autostradali a due corsie. Arrivo al Porto. 
Mi siedo su una panchina del belvedere. Intravedo Ferruccio in bicicletta. Mi faccio largo tra la folla, ma un istante dopo è scomparso. Oggi c'è molta gente al Porto. E' impossibile trovarlo in questa calca. Accelero il passo. Schivo la gente.  Lo raggiungo. Gli sfioro una spalla. "Ferruccio!". E' davvero lui, pallido e stanco dopo la passeggiata in bici. Dieci chilometri. Dall’Infernetto al Porto. Ci guardiamo per un istante. Entriamo in un bar.  Ci sediamo a un tavolino.  "Vuoi parlare?" Lui scuote la testa.  Deve riprendere fiato. "Vuoi dirmi almeno come è andata la passeggiata?".  "Faticosa".  "Lo capisco".  Usciamo dal bar.  
Dal belvedere rimaniamo a osservare il mare. Mi volto verso lui.   Non gli dico di Carla. Non gli dico di Gabriele. Chissà perché gli parlo di Mourinho.  E' attonito.  Sbuffa annoiato.  Del resto è un milanista doc e non sopporta il trainer nerazzurro. All’improvviso, dico “Chi si é fatto da solo é un tossicodipendente solitario o un imprenditore di successo? E se Dio é immortale, perché ha lasciato due testamenti?” Mi guarda. Per un attimo rimane in silenzio, poi scoppia a ridere. Stringo i pugni. Quindi mi alzo.  
Lo guardo sorpreso: sono già sul punto di inalberarmi. Poi mi rassereno. Ride. Mi saluta e ritorna a casa. Il cielo é limpido e il sole splendente. Penso a papà. “…e caddi come corpo morto cade.” Scoppio a piangere lacrime meritate e, in un certo senso, benefiche. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Friday, March 13, 2009

Quote latte. Che barba! di Mario Pulimanti

La Comunità europea ha consentito a ogni Paese membro la produzione di una determinata quota di latte, che nel tempo è cresciuta. Ma attorno alle concessioni è cresciuto un mercato dei certificati, che ha visto aumentare produttori fittizi, che davano in affitto le loro quote ad allevatori veri, ma sprovvisti di documenti. In questo guazzabuglio (in cui da oltre dieci anni non 
si è riusciti a mettere ordine con un’anagrafe aggiornata) le multe per sforamento delle quote hanno colpito gli allevatori, riducendone molti alla fame. In queste settimane si sta discutendo in Parlamento una legge di riassetto. Ed è per questo che gli allevatori protestano per spiegare che le multe non sono giustificate e soltanto ipotizzare rateizzazioni è una bestemmia. 
Documenti alla mano sostengono che l’ Italia non ha mai sforato le quote, non ha mai prodotto più latte di  quanto avrebbe dovuto, visto che una buona parte viene importato dall’estero. Soltanto alcuni furbacchioni hanno fatto fruttare i loro certificati di carta, guadagnandoci lautamente e costringendo gli allevatori sani a pagare le loro truffe.  
Ecco cosa affermano i manifestanti: "gli allevatori non vogliono essere strumentalizzati dai vari dirigenti sindacali agricoli che hanno tutelato le quote di carta. Siamo stanchi di essere trattati da sudditi, mentre il Governo decreta la morte della zootecnia da latte in Italia con false rateizzazioni, con il proseguo di dette rateizzazioni su multe inesistenti per produzione da latte scritte sulla carta, con l’esproprio di terre e proprietà immobili agli allevatori, la cui sola colpa sarebbe quella di aver prodotto latte italiano". Di mezzo, come non bastasse, ci sarebbero alcune banche "che favoriscono attraverso Equitalia (ministero del Tesoro) l’esproprio delle proprietà". Gli allevatori hanno le idee chiare. Chiedono venga messo fine "allo stillicidio di 17 anni di norme ed emendamenti che distruggono la produzione". Chiedono di contare le vere aziende che producono il latte (sarebbero 40.150 aziende agricole con un milione di mucche), distinguendole da quelle che hanno solo le quote di carta e guadagnano soldi dall’Unione europea senza fare nulla. Chiedono sia verificato dove è destinato il latte italiano, ovvero se è solo latte nostrano quello utilizzato dalle 34 etichette Dop (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Asiago, Montasio...), bandiere della produzione lattiero casearia nazionale. O se invece, come sospettano, arrivi anche dall’estero. È per questo che il movimento dei Cobas per le quote latte (Cospa) ha, chiesto al Ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, profonde riforme al decreto legislativo  sulle quote latte. 
Vogliono che siano riconosciute le quote latte a chi il latte lo produce per davvero, in quanto possessore o affittuario di quote a cui corrisponda un patrimonio zootecnico in attività. Ma non vanno accollate agli allevatori le multe per sforamenti di quote che, secondo il Cospa, non hanno fondamento, perchè l’Italia non ha mai prodotto più di quanto la Ue le lasciasse fare. Anzi, la produzione totale sarebbe del 5-10 per cento inferiore al consentito. Gli sforamenti sarebbero dovuti alle speculazioni di chi finge di produrre.      
Il Cospa vorrebbe che a pagare fossero i truffatori, non gli allevatori veri e per questo chiedono a Zaia di sancire una moratoria in attesa di accertare le responsabilità reali per sforamenti fittizi, per produzioni fasulle. Ma al Cospa replica  Ernesto Folli, presidente  Unalat, parlando all’assemblea dei soci. Annuncia a sua volta  mobilitazioni e chiede modifiche al decreto, ma in senso opposto al Cospa. Vuole innanzitutto l'estensione a tutti i produttori che hanno debiti per prelievi non pagati dell'obbligo di rinunciare al contenzioso prima di procedere alla distribuzione di nuove quote. Come dire che devono accettare i piani pluriennali di pagamento. Su una cosa sola sono d’accordo, con il Cospa: il prezzo del latte italiano è troppo basso e va ritoccato.  Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Friday, March 06, 2009

8 marzo, mimosa e pensieri personali, di Mario Pulimanti

Seduto sul divano, accendo la tivvù. Socchiudo gli occhi mentre la voce di un conduttore stanco esce dall’altoparlante con le ultime notizie.
Disordini in Israele, interventi politici assurdi sulla questione degli immigrati, una rapina a un ufficio postale.
Riapro gli occhi mentre lo speaker è rimpiazzato da un altro che comincia a cantilenare sciocchezze, cosa che mi induce a cambiare canale.
Ehilà, stanno parlando della festa delle donne. Vengo così informato che le origini della festa dell'8 marzo risalgono al 1908, quando a New York, 129 operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le brutte condizioni in cui erano costrette a lavorare.  Lo sciopero durò alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario bloccò le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. 
Nello stabilimento scoppiò un incendio, forse doloso, e le operaie morirono.
Questo fatto diede il via, negli anni immediatamente successivi, ad una serie di celebrazioni che, nei primi tempi, erano circoscritte agli Stati Uniti.
Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, proprio in ricordo della tragedia della fabbrica americana. Comunque esistono altre versioni della storia dell'8 marzo, ma il significato della celebrazione non cambia.
La scelta della mimosa come simbolo dell’8 marzo è stata fatta in Italia, esattamente nel 1946, dalle donne dell’UDI (Unione Donne Italiane) che stavano preparando il primo “8 marzo" del Dopoguerra.
Alle donne romane piacquero quei fiori gialli dal profumo particolare, che avevano anche il vantaggio di fiorire proprio nel periodo giusto e non costavano tantissimo. E così la mimosa divenne da allora il fiore simbolo delle donne e dell'8 marzo. Tuttavia nel corso degli anni il vero significato di questa ricorrenza è un po’ sfumato, lasciando il posto ad una ricorrenza caratterizzata anche da connotati di carattere commerciale e politico.
A mio suocero non piacevano le mimose. A sei anni era stato costretto a vedere la bara del padre cosparsa di petali gialli.
Cavolo, ma cosa mi sta succedendo? Panico.
Ad un certo momento, tutte queste immagini, e altre centinaia che si succedono troppo rapidamente per poter essere colte, mi bombardano nel tempo che impiego a sgranare gli occhi. 
Mi alzo di scatto, ansante. Mi alzo dal divano. Malfermo sulle gambe, avanzo barcollando fino a toccare lo schienale della poltrona.
Sento una forte nausea e vado in iperventilazione, tanto da avvertire un formicolio ai polpastrelli. 
Sopraffatto dal capogiro cado in ginocchio e mi piego in avanti ritrovandomi carponi, con lo sguardo puntato sul pavimento.
Dopo un paio di muniti di affanno durante i quali non oso abbassare le palpebre, mi tiro su lentamente. 
Ho il viso madido di sudore e mi asciugo con il dorso della mano prima di alzarmi del tutto, cauto. Le gambe mi tremano appena mentre muovo i primi passi verso il tavolino. Da lì mi dirigo a fatica verso la porta, aggrappandomi saldamente.
Il piccolo corridoio che porta alla mia camera da letto mi sembra molto più lungo di quanto sia in realtà: ho l’impressione di camminare per un’eternità prima di toccare la porta della camera. L’apro trascinandomi un passo alla volta fino al letto, dove mi sdraio. 
Il letto risponde scricchiolando minaccioso sotto il mio peso. Penso a quando ho chiesto il motorino a papà. Allora avevo appena compiuto quattordici anni ed ero sicuramente un adolescente rompicoglioni.
Credo di aver detto parecchie sciocchezze e gli vomitai addosso una marea di accuse,   ma lui non perse la calma e mi lasciò sfogare, prima di giocare il suo asso nella manica: un Benelli “Gentleman” rosso.
All’improvviso, uno strano profumo di mimosa. Chiudo gli occhi.  Poi svengo.
Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)