Cerco di mangiare, ma ho lo stomaco chiuso.Ho appena saputo, infatti, che Dino Risi è morto. Il regista di capolavori come “Il sorpasso”, forse il suo film piu’ famoso, e “I mostri”, nella sua lunga carriera, è stato soprattutto uno dei maggiori interpreti della commedia all’italiana insieme a Monicelli, Magni, Comencini, Loy e Scola.Per una trentina di anni ha vissuto in una camera di albergo nel cuore dei Parioli, nel residence Aldovrandi.Risi, 91 anni, era nato il 23 dicembre del 1916 a Milano, si era laureato in medicina prima di approdare al cinema.Il suo primo lungometraggio risale al 1952 ed è “Vacanze col gangster”. Il vero successo arriverà però più tardi, con la commedia “Il segno di Venere” e con “Pane amore e…” e “Poveri ma belli”.Nel 2004 quando il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, lo ha insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce.Dino Risi, che tra l’altro che somigliava molto all’avvocato Agnelli, amava fare delle profonde riflessioni sull’esistenza.Come questa: “La morte? Mi incuriosisce. Prevedo delle sorprese. La vita in fondo non è questa grande trovata…”Mi assale la tristezza.Ciò nonostante mi accomodo sul divano, metto il dvd “In nome del popolo italiano (1971), con Tognazzi e Gassman, mi verso un bicchiere e bevo alla salute del Grande Maestro.Quindi scivolo all’indietro, e il film mi avvolge.Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)
Wednesday, June 11, 2008
Friday, June 06, 2008
Pensieri, di Mario Pulimanti
Collevecchio. Sento l’odore della campagna. Sane zaffate di erba tagliata, fiori e letame. E me lo gusto. Ho la testa leggera e i polmoni lavorano lentamente: sto bene. L’aria si sta calmando, è un piacere respirarla. I campi sono pieni di pecore e agnelli dal manto lanuginoso: sento i loro belati, l’odore del loro sterco. Guardo il panorama, le colline in lontananza. Guido piano. E’ domenica pomeriggio tardi e non c’è traffico. Il tragitto non è lungo, appena un’ora. Da Collevecchio a Ostia. Quando arrivo sono esausto; il debito di sonno comincia a pesarmi e il percorso è stato lungo e noioso. Non c’era nulla di interessante alla radio; è stata una lotta rimanere sveglio al volante. In casa mi tolgo le scarpe e i jeans; vado in camera da pranzo con addosso solo la t-shirt e cado sul divano. Guardo fisso al di là della testa di Gabriele e attraverso la porta che da sul balcone; vedo il sole rosso che tramonta su questo angolo di Ostia. Ci sono molte persone oltre questa finestra. Chissà quanti di loro mi conoscono o si stanno preoccupando minimamente per me. Probabilmente nessuno. Fisso fuori dalla finestra. Il cielo è coperto; la luce del sole, che filtra tra le nuvole, è fioca offuscata, la calura umida. Ho sete e voglio un bicchiere d’acqua, ma non ho la forza di andare in cucina. Poi, scivolo placidamente nel sonno. Penso a Nicole Kidman. Lei non mi manda più in orbita. Penso al calcio. Da ragazzo adoravo il calcio; ora mi attira poco. Guardo qualche partita, ma non mi interessano le classifiche né le competizioni: quando si assiste a una gara a cui partecipano ventidue giovani milionari, è difficile badare al risultato. Penso a una coppia che ho incontrato ieri al Pontile. Lui vecchio. Molto. Ricco. Molto. E sposato con una rumena. Giovanissima. Lui ha 75 anni, lei 22. Me l’immagino proprio quel rapporto: un vecchio ricco e la sua giovane moglie dalla personalità passivo-aggressiva. Probabilmente lei gli spilla tutto quel che vuole; lo ripaga con la bellezze e con la fellatio. Non c’è dubbio che la loro vita sessuale sia tutta lì; il cuore di lui non reggerebbe altro, e può darsi che lei sia frigida. Le donne a cui piace essere scopate non sposano i vecchi. Penso a papà. Chiudo gli occhi e vedo il suo viso. Quell’immagine mi toglie ogni energia. Mi appoggio il viso tra le mani e piango in silenzio. Le lacrime si raccolgono sui palmi e mi scivolano lungo i polsi, fin dentro le maniche. Penso al lavoro. Niente di quello che ho voluto si è mai avverato; sono stanco delle delusioni. Sono stanco dei mie indugi, del mio eterno senso di incompletezza. Sono una persona con poche abilità; l’unica cosa che ho è la capacità di accettare i fallimenti. Ciononostante, sono lì disteso e mi sento svuotato e sconfitto. Penso alo pseudo presidente di una associazione. Da un po’ di tempo mi sta facendo girare i coglioni a mille. Sembro sul punto di iperventilare. Falso allarme. Qualche secondo dopo, sto dormendo.
Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)
Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)
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