Wednesday, February 18, 2009

Povia è antigay?, di Mario Pulimanti

Stasera mi sento di schifo. Un perfetto idiota. Ormai sono maturo per qualche ospedale psichiatrico per lungodegenti.
Gabriele mi consiglia di riposarmi, finendo di parlare con un sorrisetto. Liturgia. Alzo le spalle. Tanto sono sicuro che non servirebbe a nulla.
Grazie al cielo a Sanremo c’è Roberto Benigni.
Così mi limito a sedermi davanti alla TV ad aspettarla e, detto per inciso, a godermi lo spettacolo. Sono sicuro di aver piazzato il colpo mortale alla tristezza. Giusto.
Ogni tanto ho l’impulso di cambiare canale, dopo aver ascoltato canzoni belle, canzoni ballabili basate su ritornelli accattivanti e canzoni bruttine ma cantate da famose star, quando eccolo arrivare sul palco dell’Ariston.
Roberto Benigni: un grandissimo talento unito ad una vivace intelligenza.  Inutile dire di più. Termina di recitare. Rimango in silenzio ancora per qualche minuto, poi rimetto a posto il cuscino del divano e mi alzo.
Uscendo dalla sala da pranzo, mio figlio Alessandro mi chiede cosa ne pensi di Povia. Non so cosa rispondergli. Ho ascoltato la contestata canzone “Luca era gay”, la storia di un omosessuale che diventa eterosessuale. Mah…Povia racconta semplicemente una storia di confusione, ed è anche apprezzabile sul piano musicale, ma Sanremo è un amplificatore tremendo e distorcente.
Quindi ci sono state manifestazioni antipovia da parte di associazioni gay e del “Comitato di liberazione da Povia” che ritengono il testo offensivo.
“I diritti non si barattano per quattro soldi: venduto”. “L’unico malato sei tu”. “Benigni, coraggio: schierati contro l’omofobia”.
A sollevare i primi cartelloni anti-Povia davanti all’ingresso dell’Ariston sono stati alcuni rappresentanti della federazione giovanile dei Comunisti italiani.
Dichiarazioni attribuite a Povia in interviste a varie riviste in verità non hanno facilitato la distensione.
Sabato, poi, sarà la volta della manifestazionedell’Arcigay.
Vabbè, però ritengo eccessivo tutte queste polemiche su una semplice canzone.
I problemi sono ben altri, come quelli affrontati da Benigni che a un certo punto del suo bell’intervento ha detto che “gli italiani non hanno bisogno della certezza della pena, bensì della certezza della cena”, alludendo chiaramente alla continua perdita d’acquisto dei nostri salari. Poi spengo le luci e vado a letto. A dormire, o a provarci. Nella penombra, penso a tante cose.
Penso che mi è piaciuta più la canzone di Marco Carta di quella di Povia.  Cavolo, non sarò mica gay?

Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Thursday, February 05, 2009

Un assassino è anche un bugiardo, di Mario Pulimanti

Sul giornale leggo una notizia. Mi risulta indigesta come il trapano di un dentista. Cesare Battisti dal Brasile ha additati i suoi vecchi compagni come i veri autori degli omicidi per cui è stato condannato, definendoli "collaboratori di giustizia e pentiti". Due di loro: Giuseppe Memeo e Sebastiano Masala, più la moglie del terzo, Gabriele Grimaldi, morto alcuni anni fa, hanno risposto a "questa infamia". Il quarto, Sante Fatone non ha replicato perché collaborò con i magistrati. "Consideriamo riprovevoli le dichiarazioni di Battisti che ci ha qualificati come collaboratori di giustizia o pentiti", sostengono Giuseppe Memeo, Sebastiano Masala e Pia Ferrari Grimaldi. "Pensiamo che l'atteggiamento complessivo del personaggio - dicono - non aiuti, a distanza di anni, il dibattito per il superamento di quella tragica storia che tanti lutti e sofferenze ha provocato". Memeo, Masala e Grimaldi, insieme a Fatone, tutti componenti dei Pac (Proletari armati per il comunismo), sono stati condannati a pene variabili per l'omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani avvenuto a Milano il 16 febbraio del 1979, e per altri delitti compiuti dai Pac, ai quali vennero attribuiti gli omicidi del macellaio veneto Lino Sabbadin, avvenuto lo stesso 16 febbraio '79, del maresciallo Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, e dell'agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. "A distanza di 30 anni da quei drammatici fatti che ci videro coinvolti e per i quali venimmo condannati -dicono ancora- ci rivediamo ributtati in prima pagina con una falsificazione delle nostre posizioni processuali a dir poco infamante. Ognuno allora fece la scelta che ritenne più opportuna. Noi -aggiungono- non barattammo la libertà con quella degli altri coimputati, infatti venimmo condannati a 30 anni di reclusione ciascuno, a differenza dei pentiti che se la cavarono con qualche annetto di protezione da parte dello Stato". Inoltre, ricordano di avere scontato la pena fino all'ultimo minuto, usufruendo dei benefici previsti per tutti i detenuti dall'ordinamento penitenziario e ammettono che, durante la loro detenzione si è sviluppato un dibattito che negli anni ha portato a una revisione critica da parte dei protagonisti di quella storia culminata in quel movimento conosciuto come della dissociazione, che però ha rifiutato ogni delazione. "Il percorso, cui abbiamo aderito -proseguono- è stato riconosciuto con una legge dello Stato anche in termini di riduzione delle pene. Mai -ribadiscono- abbiamo accusato nessuno davanti a un giudice, al contrario, siamo stati accusati dai pentiti e condannati sulla base di quelle dichiarazioni e delle risultanze processuali". Degne di rilievo sono state, infine, le dichiarazioni del ministro della Difesa, Ignazio La Russa che, commentando proprio queste ultime dichiarazioni di Cesare Battisti che dal Brasile si è proclamato innocente e non responsabile degli omicidi di cui e' stato accusato, ha detto: "Quando mai si e' visto un terrorista assassino che non sia bugiardo?" Anche io la penso così. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)