Thursday, March 27, 2008

"Nannarella", di Mario Pulimanti


Entro in un bar. Mando giù una birra.Un amico mi stringe la mano. Dà un'occhiata al suo orologio digitale da quattro soldi: "Scusami tanto ma devo scappare. Mia moglie mi sta aspettando". E sparisce. Rimango seduto per un pò. Un'altra birra. Scura.
Santo Dio, chissà perché sto pensando a una collega. La prima volta che ho posato gli occhi su di lei, mi ha lanciato uno sguardo così cattivo che mi sono fatto il segno della croce. E da allora non é cambiato nulla: risposte monosillabiche, occhi che si evitano, quello strano sguardo cattivo. Con lei non sono a mio agio. Una persona negativa e noiosa.
Non c'è più niente da fare. Rischia di trascinarti, pscicologicamente, al suo stesso livello. E' un buco nero di disperazione. Scuoto la testa.
Sul bancone, una rivista. Con Nannarella in copertina. Quel giorno del 1973 è stato uno di una lunga serie di giorni tristi, segnati dal grigio dell'inverno, che ogni tanto viviamo.
Quel giorno é morta Anna Magnani. Ah, dimenticavo: mi chiamo Mario. Sono romano. Abito a Ostia. E considero Anna Magnani la massima rappresentante del teatro e del cinema neorealista italiano. Certo, il centenario della sua nascita, il 7 marzo, poteva anche essere celebrato meglio, come del resto è avvenuto nel 2007, per gli anniversari di Rossellini, Soldati e Visconti. Forse la Magnani non gode di quella popolarità diffusa che ormai guida le strategie di marketing dell'industria e della cultura. Cavolo, non é nemmeno disponibile in dvd la sua interpretazione più celebre, la Pina di "Roma città aperta!"
E dire che noi italiani, da più di cinquant’anni, abbiamo negli occhi e nel cuore quella corsa disperata dietro il camion tedesco che metteva la parola fine al suo più grande personaggio. Dopo cento anni, il suo volto identifica ancora il cinema italiano nel mondo.
Nel 1955 ottenne l'Oscar come migliore attrice protagonista per "La Rosa Tatuata" di Daniel Mann. La sua paura dell'aereo e la convinzione di non vincere non la fecero andare a Hollywood. Difatti non presenziò alla cerimonia e non aspettò sveglia le notizie dagli Stati Uniti. Il giornalista che con una telefonata la svegliò per darle la notizia ebbe difficoltà a convincerla che non si trattava di uno scherzo. Due anni dopo ottenne un'altra candidatura per "Selvaggio è il vento" di George Cukor. Tennessee Williams, che per lei ha scritto "La rosa tatuata" ha detto: ''Non ho mai incontrato una donna più bella.
Non posso fare a meno di seguire il nome di Anna Magnani da un punto esclamativo''. Ehm...lei, nata a Roma il 7 marzo del 1908, ha amato sempre la città eterna, dove ha abitato fino alla sua morte nel 1973. Occhi di brace. Capelli sempre arruffati. E scuri. Una proverbiale impulsività.
Mi sembra di sentire ancora la sua risata. Irridente. Canzonatoria. Gioiosa: la risata di Nannarella. Pino Daniele le ha inoltre dedicato "Anna verrà". Una bella canzone. Barcollo. Un tizio mi guarda "Stai in guardia, amico. Birra scura. Una fottuta dinamite, amico". "Ehm...davvero?"Annuisco, sorridendo, e mi guardo intorno, sperando che si sbagli. Wow. Adesso sono seriamente agitato. Mi sento come se mi avessero dato un pugno nello stomaco e sono così frastornato che a malapena riesco a tenere la testa dritta.
Mi sgranchisco le gambe. Una passeggiata sul lungomare mi farà bene. Che birra. Forte. Mh-mh. Come la personalità di Nannarella. La nostra magnifica "lupa romana".
Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Saturday, March 15, 2008

Chiesa ed elezioni, di Mario Pulimanti

Quando mi sono svegliato, questa mattina, avevo 52 anni. E tre mesi. Allora ho realizzato. Ho realizzato che mi sono afflosciato, mi sono rammollito. Non so cosa ho sbagliato. Mi mancano ambizione e grinta. Sono diventato debole e passivo, patetico e sentimentale. Niente riesce a smuovermi. Sono peggiorato tanto che non riesco più neanche ad andare al Testaccio a trovare mio fratello. Al telefono, mia madre. "Mario stai messo bene a soldi?" Di solito, un cinquantaduenne non ha bisogno dei soldi della madre. Un cinquantaduenne potrebbe anche non avere più i genitori. Ha i suoi soldi. Ha figli. Responsabilità. Una carriera. Sto sudando freddo. Un'altra pausa. Attacco alcuni minuti dopo. Ho detto no. Forse è una fase naturale del processo di invecchiamento. Mi hanno chiesto di scrivere l'atto di una commedia. Non ho nessun tipo di idea. Terribile. Neanche io davvero so cosa c'é di sbagliato in questa idea, oltre al fatto che è strano che abbiano chiesto a me di redigere una sceneggiatura. E tutto questo per niente. Non mi porta soldi. Non sono mai stato in ballo i soldi. Non c'é una possibile ragione per farla se non che voglio fare un favore ad amici. E poi, proprio quando pensi che non può andare peggio di così, capisci quanto sei sciocco. Sei proprio come gli altri, forse anche peggio, racconti in continuazione delle totali, fumose sciocchezze e non hai idea di come si faccia una sceneggiatura ma solo di come si scrive un lettera piena di cavolate a un giornale, e l'unica differenza sostanziale tra te e la persona seduta al tavolo del bar di fronte a te in attesa di bere la sua tazzina di caffé é che lui non ha gusto nel vestire. Prendo il giornale.Giro pagina.Leggo con attenzione.Puntuale arriva l'appello della Cei, che ribadisce la sua decisione di non schierarsi per nessun partito lanciando invece un appello ai cattolici, ma anche ai laici impegnati in politica, di tutti gli schieramenti affinché tengano conto di quei valori che sono alla base della tradizione civile e sociale dell'Italia.Né con i partiti né con i movimenti politici: i vescovi italiani stanno, quindi, dalla parte dei valori fondamentali, a difesa della vita umana. Dal concepimento alla morte: no, dunque, ai Pacs, all'aborto, all'eutanasia, a certa scienza che, nei laboratori, "infrange la dignità della vita".Un sì indiretto, dunque, ai partiti contrari a tali pratiche.Leggo e il mio stupore cresce a poco a poco.Passo di meraviglia in meraviglia, ma il meglio deve ancora arrivare.Infatti la Cei è anche molto attenta al "problema della spesa", intesa come spesa al mercato, spesa per le bollette e il mutuo: a questo problema, infatti, il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, dedica il passaggio centrale del suo intervento alla apertura del Consiglio permanente della Cei.E su queste emergenze sociali del Paese - "aumento dei salari minimi, difesa del potere d'acquisto delle pensioni, emergenza abitativa, sostegno alla maternità, misure per una maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro" - i vescovi chiedono larghe intese nel prossimo Parlamento.Il mio cuore accellera.Leggo e non ascolto più i rumori del bar.Nel discorso di Bagnasco non mancano i temi etici, ma il messaggio forte ai partiti politici in piena campagna elettorale è un altro: "Non possiamo trascurare i problemi indilazionabili che la popolazione avverte con crescente disagio e per i quali attende risposte credibili, concrete e rapide.Vorremmo che all'indomani del voto ci fosse una spinta convergente, nel rispetto dei ruoli che il corpo elettorale vorrà assegnare, per affrontare realmente queste situazioni, stando al largo dalle strumentalità e dalle speculazioni, per dare un miglioramento effettivo alle condizioni di vita della parte più consistente della popolazione".Bagnasco ribadisce anche che la Chiesa non si schiererà con alcuna formazione politica.Continuo nella lettura e sgrano gli occhi, indignato.La Chiesa non fa sconti sui valori fondamentali della vita umana. Bagnasco, abbastanza smaliziatamente, ricorda ai cattolici che, al momento del voto, non possono "ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede".Accidenti.E' davvero inquietante.Un no assoluto anche alla sperimentazione sugli embrioni.Bagnasco, con parole dure, dice: "Quando essere umani nello stato più debole e indifeso della loro esistenza sono selezionati, abbandonati, uccisi, oppure utilizzati come puro materiale biologico, come negare che essi siano trattati non più come qualcuno, ma come un qualcosa, mettendo così in questione il concetto stesso di dignità dell'uomo?" Rimango pensieroso per alcuni minuti. Poi ridacchio. Ci sto. La sfida é appena iniziata. Grazie, Bagnasco. Spero che le tue parole non siano state gettate al vento. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Forza Ferrari! di Mario Pulimanti

Sono uomo, sono romano. E sono un tifoso della Ferrari. Il prossimo mondiale di Formula 1 propone una seria di novità. La principale è la prima gara di Formula 1 in notturna, che si correrà in settembre a Singapore. Inoltre piacciono le gare cittadine, tanto che a Valencia si correrà su una pista tipo Montecarlo e non in autodromo. Le altre novità sono di ordine tecnico. E' stato abolito il controllo di trazione, che garantiva ai piloti una più facile gestione della potenza. Conseguentemente sono stati vietati i sistemi di partenza assistita. Ora molto torna nelle mani dei piloti. Per fare questo -altra novità- è stata l'adozione di una centralina elettronica unica semplificata, che dovrebbe garantire controlli più agevoli da parte della Federazione. Se non ci sono novità sui motori (deve durare due gare, chi lo rompe e deve sostituirlo paga una penalizzazioni di dieci posizioni sulla griglia di partenza), ce ne sono sui cambi: ora devono durare quattro gare e chi è costretto a cambiarlo prima dovrà accettare una penalizzazione di cinque posizioni. Novità anche sulle benzine, che adesso devono avere una percentuale del 5,75 di biocarburante. Assieme ai biocarburanti dovrebbero dare un segnale di maggiore rispetto verso l'ambiente. Infine le auto sono costruite con diverse protezioni ai lati dell'abitacolo per la testa dei piloti e, al fine di ridurre i costi, non ci sarà più il muletto, ossia l'auto di scorta. Come la penso io? Arrossico fino alla punta delle orecchie. Poi rispondo entusiasta: "Forza Ferrari!" Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)

Tuesday, March 11, 2008

Un pò imbranato, di Maro Pulimanti

Non ho il coraggio di dire queste cose a mia moglie, così le scrivo sul giornale.
Così come, sul versante femminile, esistono le mani di fata, su quello maschile esistono gli uomini veri, quelli da amaro Montenegro, capaci di salvare cavalli ma anche di aggiustare oggetti, di riparare guasti domestici, di lavare i piatti e di cucinare.
Io, ahimé, come molti altri uomini, non appartengono a questa categoria. In realtà so fare tante altre cose.
Leggo moltissimi libri e me li ricordo.
Credo di cavarmela con la scrittura e malgrado quello che dicono certi miei colleghi, penso di lavorare con impegno e con discreta abilità.
Faccio delle belle fotografie.
E poi quando c’è da bere e da mangiare sono un vero professionista!
Ma, come dice mia moglie Simonetta, in tutto il resto, o quasi, sono un disastro.
E quando dico disastro non esagero.
Perché la mia vita è punteggiata, quotidianamente, da sconfitte imbarazzanti.
Prendiamo la botanica.
Vi dico subito che Simonetta ha il pollice verde.
Ogni pianta che lei mette in casa diventa un baobab.
Io, invece, sono una catastrofe vivente.
Ogni pianta che metto in ufficio muore dopo pochissimi giorni.
Sono l’Attila delle azalee, dei ficus e degli oleandri.
Passiamo alla cucina.
Per sintetizzare il mio rapporto con i fornelli sarò esplicito: non so cucinare nemmeno un uovo al tegamino.
Quando prendo in mano una padella divento Fantozzi. Confondo il sale con lo zucchero.
Mi brucio le mani quando scolo l’acqua della pasta.
E le poche volte che ho provato a cuocere una bistecca i vicini hanno chiamato i pompieri per via del fumo, che ho provocato nel palazzo.
Poi c’è il bricolage.
Se c’è da attaccare un quadro mi prendo a martellate da solo.
Se devo bucare una parete col trapano mi ritrovo nel salotto dei vicini di casa.
Non parliamo dei miei maldestri tentativi quando c’è da sturare un water: provoco un maremoto e allago l’appartamento.
Se cerco di aggiustare una presa elettrica faccio saltare la corrente in tutto il quartiere.
E pensare che ero stato sul punto di rifarmi da solo l’impianto elettrico di casa.
Già, prima che i miei, saputolo, fuggissero in una sperduta isola dell’Oceano Indiano.
Un ottimo motivo per cambiare subito idea e chiamare l’elettricista di fiducia, certo!
Da solo non riesco a mettermi un cerotto al dito.
E se prendo in mano un tubetto di attaccatutto resto per tre giorni con il pollice incollato all’indice.
Piuttosto che cambiare una gomma della mia automobile, vendo l’automobile.
Perché potrei restare lì, a combattere col crick, per intere settimane.
Impazzisco quando c’è da registrare qualcosa in Tv usando il timer.
Se decido di registrare un film mi ritrovo sul nastro un documentario sulla vita delle renne nella Lapponia orientale!
A Natale sono andato a trovare mia suocera a Collevecchio, un paesino di campagna.
Ho fatto tutto quello che c’era da fare: zappare, potare, ripulire, non dovevo avere rimorsi di essere accusato di stare seduto con le mani in mano.
Senza scompormi, vi avviso che mi sono tagliato un dito.
Ho acceso il fuoco nella sala da pranzo: è stato purtroppo necessario l’intervento della Protezione Civile.
Ho sbagliato, a quanto pare.
E a mia moglie che mi inseguiva facendo dondolare pericolosamente l’accetta che teneva in mano, fischiettando allegramente le ho fatto presente che doveva, invece, premiare il mio piccolo sfoggio di zelo.
Anche se, tuttavia, non è passato inosservato e ha fatto qualche danno. Vero, posso però dire che mi sento più a mio agio con penne e matite.
In fin dei conti, nessuno è perfetto!
Comunque sono un uomo fortunato perché mia moglie, nonostante tutto, è innamorata dei miei difetti e, sempre vigile sul destino dei nostri due figli, Gabriele ed Alessandro, finisce con l’essere lei il vero fulcro della famiglia, anzi ne è l’unica colonna portante. E, anche se il suo tentativo di trasformare la nostra famiglia in una unità di cui andare socialmente fieri fallisce inevitabilmente, eppure l’amore rimane lo stesso.
Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

Friday, March 07, 2008

Una Cronaca, di Mario Pulimanti

Sono uomo, sono romano. E abito a Ostia. Vagare senza meta a Ostia, senza doveri né obblighi da assolvere, dà una piacevole sensazione di libertà. La mia unica preoccupazione riguarda le persone che non desidero incontrare, anzitutto rigidi integralisti e falsi amici. Sono fortunato. Incontro un’amica. Ha un cane al guinzaglio. Pastore. Puzza. Appunto. Del resto non si può impedire a un cane di puzzare di cane. Incontro un amico. Triste. La moglie se n’è andata. Per sempre. “Coraggio” gli sussurro. Cammino finché non mi trovo di fronte a un ampio belvedere che da sul mare. Oltre la linea dell’orizzonte si staglia netto il profilo di una nave. Cisterna. Mi siedo sul parapetto, il vuoto sotto ai piaedi. Rimango per un pezzo a contemplare l’orizzonte. Entro in un bar. Mi siedo a un tavolo. Di fronte a me, un signore. Anziano. Ex consigliere circoscrizionale. Mentre parla in un tono monotono, inevitabilmente mi ritrovo inondato da un oceano di retorica che martella contro scogliere di metafore. Una buca. Inciampo.Torno a casa imprecando contro tutti gli dei. Pranzo. Più tardi, leggo. Sul divano. Prendo in mano il libro che sto leggendo, ma le parole sembrano scivolare via dal foglio. Guardo oltre il libro, verso il balcone. Simonetta siede al sole con gli occhi chiusi, come un gatto soddisfatto e felice. Una nuvola oscura il sole, gettando per qualche istante il balcone in un cono d’ombra. poi il sole torna a splendere. Dopo alcuni minuti, un’altra nuvola prende il suo posto. Sono sollevato, avendo l’impressione che quasi faccia le fusa. La chiamo. “Mario, vado al Teatro Manfredi. Sabrina mi aspetta per un caffè”. Si allontana. Quando scompare, mi guardo intorno. Non c’é nessuno. Gabriele ha raggiunto un amico. Alessandro é andato all’oratorio. All’improvviso, però, la mia mascella prende a tremare. Le labbra fremono. Il mento si corruga e infine, pur tentando di tenerla chiusa, apro la bocca in uno sbadiglio. Poi sbatto le palpebre. Prima ancora di chiudere gli occhi, tuttavia, sprofondo nell’incoscienza. Il sonno mi avvolge completamente, privo di sogni e punti di riferimento. Un sonno così somiglia all’eternità, senza nulla che aiuti a misurare il trascorrere del tempo, senza una traccia che indichi la vastità dello spazio, dove un singolo istante non é molto diverso da un miliardo di anni e un atomo é grande quanto l’universo. Tutte le diversità della vita, il piacere e il dolore, si dissolvono in un’unità primordiale, che abbraccia ogni cosa, persino il nulla. E’ a questo che somiglia la morte? Poi all’improvviso, mi sveglio. Nella stanza la luce si colora del rosa pallido del tramonto. Guardo a lungo il soffitto., non riesco ad alzarmi. Accendo la tivvù. La giornalista sorride e una attimo dopo apprendo che nel mese di maggio 2008 i jeans hanno compiranno 135 anni. Ma non li dimostrano. A pensarci bene, sono l’unica invenzione umana che sembra non invecchiare affatto. Spengo la tivvù. Mentre leggo una rivista dove sono raffigurati dei minatori dell’ottocento al tempo della corsa dell’oro che indossavano dei blue jeans, mi chiedo dov’é la differenza con i jeans indossati oggi. Mi metto al computer per saperne di più. Nemmeno il tempo di digitare il nome jeans su un famoso portale e mi trovo subito davanti alla loro storia. E che storia avventurosa! Ho saputo, infatti, che il tessuto jeans, molto robusto e resistente agli strappi, veniva usato per fabbricare i teloni da imballo e le coperture delle vele. In seguito, per la sua resistenza, fu utilizzato per confezionare i pantaloni da lavoro degli scaricatori del porto in partenza da Genova per l’America. E così nell’ottocento, con le grandi emigrazioni, la tela Blu di Genova (tela jeans vuol dire infatti tela Genova) arrivò negli Stati Uniti d’America, dove venne utilizzata per realizzare gli abiti dei cercatori d’oro. Nient’altro ha resistito così bene alla prova del tempo. Il jeans, nato a Genova, difatti fu migliorato in America, ma da un emigrante europeo: il bavarese Levi Strass al quale bisogna dare atto di aver capito che quelle brache pratiche ma poco eleganti potevano essere migliorate. E i miglioramenti che lui vi apportò sono quelli che le hanno rese immortali. Egli cominciò a realizzare dei grossi pantaloni in tela robusta per i cercatori d’oro, delle tute color marrone, senza passanti nè tasche dietro, e presero il numero in codice 501, che resiste tuttora. E, anche se non era stato lui a inventarli, fu comunque lui a trasformarli in un capo praticamente indistruttibile grazie a quei rinforzi alle tasche e alla ribattitura lungo le cuciture laterali. Levi Strass presto li trasformò nella divisa del West, tanto che alla fine dell’ottocento, in America, il tessuto jeans diventò sinonimo di pantaloni. E Levi Strass, che vide l’America vestire i suoi jeans, non avrebbe comunque mai immaginato che sarebbero diventati la divisa dei giovani di tutto il mondo, che avrebbero resistito negli anni al succedersi delle mode, senza mai tramontare: divisa dei lavoratori, delle classi più povere e rudi, poi divisa dei giovani ribelli negli anni Cinquanta, dei contestatori anni Sessanta-Settanta, e infine capo alla moda presente su tutte le passerelle. Oggi, i Levi’s non sono più l’unica marca di jeans nel mondo, ma rimangono la marca più universalmente nota e desiderata. Neanche l’assedio di famosi sarti come Calvin Klein e Ralph Lauren ha diminuito il loro dominio sul mercato mondiale. Ed ora, che siamo nel 2008, i vecchi jeans si meritano un brindisi: ai prossimi 135 anni! Chissà, forse nel 2143 saranno di nuovi i cercatori d’oro a indossarli. Su altri pianeti. Per il momento i jeans li indosso io, li indossa il mio figlio ventunenne Gabriele insieme al fratello più piccolo Alessandro, li indossano mio fratello Stefano e mia sorella Antonella e li indossa anche mia cognata Alessia che è talmente magra che può portarli con estrema disinvoltura. Non sono certo io il primo a dire che è la sosia perfetta di Julia Roberts. Li indossa Simonetta mentre sogna Collevecchio. Le è sempre piaciuto. L’aria fresca, gli animali, gli alberi. E i suoi jeans di Armani. Usciamo. Alla cena provvede un ristorante vicino al mare. Rombo al forno. Con patate. Passeggiata romantica. Sul lungomare. E’ allora che Simonetta sente forte una sensazione. Di stanchezza. Torniamo a casa. Accendo lo stereo. Lester Young. Penso all’ufficio. E a certi colleghi. Fortunati e con incarichi. Mmh…e poi dicono che le conoscenze non servono! Raggiungo Simonetta tra le lenzuola tiepide del letto. Lei fa le fusa come un gatto assonnato, poi arriccia il naso, brontolando sospettosa quando annusa il profumo di rabbia che mi é rimasto sulla pelle. Mi sento troppo stanco per dare spiegazioni o per prenderla in giro. Non l’abbraccio, ma le volto la schiena. Poi scivolo in un sonno agitato.