E’ una tranquilla giornata di giugno. Sono nato sotto il segno del Sagittario. A dicembre raggiungerò la veneranda età di 52 anni. Non mi ritengo né allegro, né spiritoso e se pensate che sia soddisfatto del mio stipendio da statale, potete allora definire Bagdad una meta turistica. Abito ad Ostia, il Lido della Città Eterna. Questo quartiere mi è sempre piaciuto, con le sue strade diritte, le case colorate e l’odore di salmastro diffuso nell’aria. In questi mesi di inizio estate è spesso illuminata da fuochi pirotecnici, tanto che di colpo, invece che ad Ostia, sembra di essere a Beirut. Bene, adesso, dopo aver degustato un ottimo caffè, guardo la TV. Ma cosa stanno dicendo i commentatori del telegiornale? Rabbrividisco. In Europa gli ospedali vanno a pezzi. In Cina campagne allo stremo. In America latina case confiscate. In Africa corpi di bambini avvelenati con cibi sospetti. Nei paesi integralisti menti all’ammasso. In Iran lo spirito vitale del paese straziato, ridotto all’ultimo respiro. Nei paesi dell’est i posti di lavoro si assottigliano. Basta, non ce la faccio più. Spengo la TV. Meglio leggere il giornale. Ma cosa c’è scritto in prima pagina? No, non è possibile! Giustiziati i tre cattolici indonesiani condannati a morte dopo scontri con gruppi musulmani nel 2000, in cui morirono centinaia di persone. Alcuni testimoni oculari, nei giorni scorsi, hanno insistito inutilmente sulla loro innocenza. Ah, adesso sì che mi sono rovinato la giornata. Questa notizia mi risulta molesta quanto il trapano di un dentista. Sul tavolo ho un bicchiere colmo di vino bianco. Gelato. Sorseggiandolo, continuo a leggere. Panico: i tassisti sono dei veri pescicani. Quando capiscono di avere un passeggero straniero triplicano il prezzo della corsa. Incredibile! Getto il giornale sul divano. Mi infilo frettolosamente camicia e pantaloni, indosso la giacca ed esco. Mi piace passeggiare sulla riva del mare, sprofondando nel labirinto della memoria. E riflettere. Su tutto quello che mi passa per la mente. Ostia ha recentemente acquistato un certo stile di vita bohémien, pieno di stimoli, quanto mai eccitante. Pittori, poeti, attori, artisti; una loquacissima vecchietta con un enorme cane, persino Elia, uno strano clochard accampato per strada in un modo non proprio conforme alle regole dell’igiene. Sembra che sia diventato così dopo tanti anni, in cui la grettezza, la meschinità, l’orgoglio piccolo borghese della vita provinciale hanno colmato la misura per un uomo del suo temperamento. Mah, sarà poi vero? Lascio la spiaggia e entro in un famoso bar, vicino al Pontile, per un caffè. Intorno a me agenti di borsa e i consulenti aziendali, e tutti gli altri lacchè del capitale. Sfoglio allora un giornale della free pass. Mi colpisce un articolo in prima pagina che evidenzia come negli ultimi tempi televisioni, giornali, riviste e Internet ci abbiano raccontato che le città sono sempre più sporche. Anche per colpa dei graffiti. Ma non sarebbe meglio dipingere a casa propria piuttosto che sui muri degli altri? Ma poi quanti sono i i ragazzi che dipingono graffiti? Forse il 10% della popolazione. E perché allora il restante 90% deve vivere costantemente in una città sporca? E lo stesso vale per i crescenti vandalismi: l'ultimo della serie, imbrattare con vernici i vetri frontali di tram e bus, così che la guida e quindi l'utilizzo sia impossibile. Si dice che questo è il modo dei ragazzi di esprimere il loro disagio. Ma ogni generazione ha avuto i propri disagi, anche ben più drammatici degli attuali. Basti pensare alle guerre alla fame, all'emigrazione massiccia. E allora basta con con l'accettazione passiva di un degrado estetico nonché etico. Converrebbe dire dei no chiari e motivati, e farli rispettare. Con uno sguardo attento, certo, anche a disagi e solitudini, per dare loro una direzione costruttiva. Ma attenzione alla vulnerabilità dell'adolescente. Non può essere confusa come lascia passare per oltraggi, vandalismi e atti di bullismo. Ma ha senso poi parlare di queste cose?. Mah. Certo, ultimamente ho preso la consuetudine di inviare lettere ai giornali, con le quali esprimo considerazioni per cercare di coinvolgere gli altri in un entusiasmo che temo siano invece riluttanti a condividere. Forse perché non tento di dar di gomito all’eventuale lettore con affermazioni sin troppo marcate. E agli amici che mi dicono che i termini con i quali ho a volte criticato la politica governativa colpisce solo per la timidezza del loro estremismo, rispondo che non sono certo un radicale in politica. Riuscendo, però, solo a guadagnare il loro definitivo disprezzo. Ammetto: il mio è un sarcasmo greve e non giocoso, le mie sono considerazioni di improbabile squallore. E’ anche vero che viviamo in tempi spietati. Nulla ci è perdonato. Nulla ci permesso. La verità, in fondo, è che le mie, come quelle di tutti, sono opinioni frutto dello sbandamento ideologico di cui, da qualche tempo, la nostra Europa è vittima.Sappiamo inquadrare le sue conseguenze in termini che ci suggeriscono che le risposte appropriate a tutto quello che ci circonda non sia solamente il lamento e la rabbia, ma una grande e sonora risata. Io, vecchio ciellino, non sarò mica diventato qualunquista? Preso da un attacco d’impazienza e di noia, decido di finire con qualcosa di pigro, con un cliché scontato, nella convinzione che lo consideriate un’ultima arguzia autoreferenziale, in carattere con il tema complessivo dell’argomento. Davvero non so più cosa dire. Detto questo, detto tutto. Dopodiché mi accorgo che tra un pensiero e l’altro sono finalmente tornato a casa. So long. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)
Saturday, June 23, 2007
Saturday, June 16, 2007
Lavoro e delusioni, di Mario Pulimanti
Ufficio. Mi piace la mia stanza. E’ luminosa e ha una bella vista sul cortile. Silenzio. Passano alcuni minuti. Lavoro. Mi interrompo. Entra un collega. Immagino che lui appartenga alla categoria di persone insicure che iniziano una frase con una risatina e scusandosi per qualcosa. Lui parla e io guardo fuori della finestra. La sensazione che non mi abbia parlato ma sputato addosso. E’ talmente scontato. Esco. Dall’altra parte del corridoio, una collega si muove lamentandosi. Per un attimo sostiene il mio sguardo, poi si volta, il viso di pietra. I suoi occhi sono senza luce, vuoti, come sempre. Eppure usufruisce di una indennità integrale che a me spetta solo parzialmente. Cerco di sorridere. Poi un velo di sudore mi copre la fronte e il labbro superiore. Ciò che vedo all’interno della sua testa, al momento, sono solo parole velenose. Occhi lampeggianti d’odio indefinito. Mi fermo. Faccio una pausa, sentendomi un perfetto idiota. Colto improvvisamente dalla nausea, chiudo gli occhi. Nulla può placare l’ondata di rabbia e risentimento che mi sta montando dentro. Ho scoperto che al lavoro sono stato ingannato tante volte. Anche da quelli che credevo amici. O amiche. Scuoto lentamente la testa. Penso: non sono ancora troppo vecchio per incominciare a non farmi sorpassare sul lavoro da colleghi prepotenti e raccomandati. Nella mia famiglia siamo gente malinconica. Troppo spesso ci crogioliamo nell’autocommiserazione. Accettiamo la sconfitta e la sofferenza, come fatti ineluttabili, anzi come necessità. Diciamo, la vita continua. Nel mio caso non si tratta di una resa al fato. Sono pragmatico. Mi sembra di sentire mio padre: “Esiste solo ciò che fai e ciò che non fai”. Mi manca moltissimo. Incontro un collega. Anzi un amico. L’unico che ho in questo ufficio. Apro la bocca per salutarlo, ma ne esce un suono inarticolato. Mi passo la lingua tra le labbra e riprovo. Scuoto di nuovo la testa. “Che cosa vuoi dire, Mario?” La sua voce è forte, quasi un tuono. Sospiro e mia abbandono sulla sedia. C’è una striscia di sole nella sua stanza. “Non farci caso” dico, con l’avvilimento che non accenna a diminuire. Stanco di tutto, più niente da offrire. “Che cosa posso fare, Mario. Dimmelo”. Non so fare altro che fissarmi le mani. “Beh, quello che mi spetta. Il giusto riconoscimento. Reggenze. Incarichi. Sì, tornare a lavorare sorridendo. Tutto qui”. Non sa che cosa rispondere né dove guardare. Si gira su un fianco volgendomi la schiena. Rimane in silenzio a lungo. Poi, quando ormai pensavo che si fosse addormentato, dice con voce soffocata. “Sponsor. Santi in paradiso. Servono solo quelli”. Ritorno in stanza. Riprendo a lavorare. Sono stanco. Tanto stanco. Tra me e l’ufficio qualcosa si è spezzato. Quando tempo dovrà passare prima che ritorni a sorridere? Prima che mi fidi nuovamente dei miei colleghi, ammesso che ci riuscirò? Lascio il lavoro e torno a casa. Camminando, abbasso la testa. Inquieto. Durante il viaggio di ritorno penso. Penso al Mercato di Piazza quarto dei mille, vicino a casa mia. Quel labirinto di stradine e vicoli fiancheggiati da file ininterrotte di bancarelle, è intasato di ciclisti, pedoni e dalla troupe di Stefano Locci di Canale 10. Quasi fosse un Bazar di Ankara, vicino agli italiani, molti venditori extracomunitari, avvolti in leggeri drappi di lana vendono paralumi di pergamena, scialli ricamati e recipienti d’ottone. Il mercato e le zone limitrofe sono un guazzabuglio di rumori: alle grida dei venditori si mescola musica napoletana trasmessa a tutto volume, gli scampanellii delle biciclette e lo scalpiccio delle suole dei numerosi passanti. Nel mio naso entrano odori forti, alcuni piacevoli, altri meno, l’aroma speziato delle anguille marinate, che mia moglie e mio figlio Gabriele adorano, misto alle esalazioni pungenti dei motori diesel, alla puzza di spazzatura in putrefazione e di sudore. Pensando, pensando, sono arrivato a casa. Entro. Abbracciando mia moglie, sento il profumo di mela dei suoi capelli. Le bacio l’orecchio. Solo più tardi mi accorgo di sentirmi meglio. Il dolore ha fatto i bagagli e si è allontanato senza neppure avvisare. In silenzio. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)
Monday, June 04, 2007
Coma, di Mario Pulimanti
Panico. Se non fosse una storia vera, quella accaduta ad un ferroviere polacco di 65 anni, Jan Grzebsky, sarebbe il soggetto dal quale è stato tratto il film "Goodbye Lenin". Precipitato nel 1988 in uno stato di totale incoscienza per un trauma cranico in seguito ad un incidente di lavoro, Grzebsky era stato giudicato dai medici non guaribile. Un coma di 19 anni e poi, dopo un inaspettato risveglio, il comunismo non c'è più, la Polonia è un paese democratico e l'economia di mercato è in piena espansione. In 19 anni Grzebsky ha attraversato un tunnel buio durato il tempo di una rivoluzione incruenta, e durante il quale i suoi quattro figli si sono sposati e gli hanno regalato ben 11 nipoti. Ora è vivo e può raccontare la sua storia: la storia dell'uomo che è passato dormendo dal tetro regime del generale Jaruzelski all'ossessione della "decomunistizzazione" dei conservatori gemelli Kaczynski. Fine della storia. Le cose cambiano. Stavolta in meglio. Non ci credete? Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)
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