La Comunità europea ha consentito a ogni Paese membro la produzione di una determinata quota di latte, che nel tempo è cresciuta. Ma attorno alle concessioni è cresciuto un mercato dei certificati, che ha visto aumentare produttori fittizi, che davano in affitto le loro quote ad allevatori veri, ma sprovvisti di documenti. In questo guazzabuglio (in cui da oltre dieci anni non
si è riusciti a mettere ordine con un’anagrafe aggiornata) le multe per sforamento delle quote hanno colpito gli allevatori, riducendone molti alla fame. In queste settimane si sta discutendo in Parlamento una legge di riassetto. Ed è per questo che gli allevatori protestano per spiegare che le multe non sono giustificate e soltanto ipotizzare rateizzazioni è una bestemmia.
Documenti alla mano sostengono che l’ Italia non ha mai sforato le quote, non ha mai prodotto più latte di quanto avrebbe dovuto, visto che una buona parte viene importato dall’estero. Soltanto alcuni furbacchioni hanno fatto fruttare i loro certificati di carta, guadagnandoci lautamente e costringendo gli allevatori sani a pagare le loro truffe.
Ecco cosa affermano i manifestanti: "gli allevatori non vogliono essere strumentalizzati dai vari dirigenti sindacali agricoli che hanno tutelato le quote di carta. Siamo stanchi di essere trattati da sudditi, mentre il Governo decreta la morte della zootecnia da latte in Italia con false rateizzazioni, con il proseguo di dette rateizzazioni su multe inesistenti per produzione da latte scritte sulla carta, con l’esproprio di terre e proprietà immobili agli allevatori, la cui sola colpa sarebbe quella di aver prodotto latte italiano". Di mezzo, come non bastasse, ci sarebbero alcune banche "che favoriscono attraverso Equitalia (ministero del Tesoro) l’esproprio delle proprietà". Gli allevatori hanno le idee chiare. Chiedono venga messo fine "allo stillicidio di 17 anni di norme ed emendamenti che distruggono la produzione". Chiedono di contare le vere aziende che producono il latte (sarebbero 40.150 aziende agricole con un milione di mucche), distinguendole da quelle che hanno solo le quote di carta e guadagnano soldi dall’Unione europea senza fare nulla. Chiedono sia verificato dove è destinato il latte italiano, ovvero se è solo latte nostrano quello utilizzato dalle 34 etichette Dop (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Asiago, Montasio...), bandiere della produzione lattiero casearia nazionale. O se invece, come sospettano, arrivi anche dall’estero. È per questo che il movimento dei Cobas per le quote latte (Cospa) ha, chiesto al Ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, profonde riforme al decreto legislativo sulle quote latte.
Vogliono che siano riconosciute le quote latte a chi il latte lo produce per davvero, in quanto possessore o affittuario di quote a cui corrisponda un patrimonio zootecnico in attività. Ma non vanno accollate agli allevatori le multe per sforamenti di quote che, secondo il Cospa, non hanno fondamento, perchè l’Italia non ha mai prodotto più di quanto la Ue le lasciasse fare. Anzi, la produzione totale sarebbe del 5-10 per cento inferiore al consentito. Gli sforamenti sarebbero dovuti alle speculazioni di chi finge di produrre.
Il Cospa vorrebbe che a pagare fossero i truffatori, non gli allevatori veri e per questo chiedono a Zaia di sancire una moratoria in attesa di accertare le responsabilità reali per sforamenti fittizi, per produzioni fasulle. Ma al Cospa replica Ernesto Folli, presidente Unalat, parlando all’assemblea dei soci. Annuncia a sua volta mobilitazioni e chiede modifiche al decreto, ma in senso opposto al Cospa. Vuole innanzitutto l'estensione a tutti i produttori che hanno debiti per prelievi non pagati dell'obbligo di rinunciare al contenzioso prima di procedere alla distribuzione di nuove quote. Come dire che devono accettare i piani pluriennali di pagamento. Su una cosa sola sono d’accordo, con il Cospa: il prezzo del latte italiano è troppo basso e va ritoccato. Mario Pulimanti (Lido di Ostia -Roma)
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