Saturday, May 06, 2006

Arbitri e sindacalisti, di Ivano Alteri

L’epiteto “venduto” posto accanto al sostantivo “sindacalista” è cosa usuale, almeno quanto quello di “cornuto” accanto al sostantivo “arbitro”. Non sappiamo dire nulla a proposito di arbitri e consorti; abbiamo invece qualche esperienza in fatto di sindacalisti.

Ora che due di loro sono assurti alla seconda e terza carica dello Stato, forse varrebbe la pena indagare su loro mondo di provenienza; che, pur essendo quotidianamente sotto gli occhi di tutti, appare a volte misterioso e, per ciò stesso, esposto a considerazioni sospettose, nella gran parte dei casi ingiustificate. Per noi che facciamo parte di quella categoria è comunque un onore.

Sono venduti o no, i sindacalisti? Come in ogni altra categoria, ve ne sono di buoni e di cattivi. Politici, avvocati, amministratori, funzionari pubblici…: nessuna di queste categorie è immune dalla corruttela, nessuna ne ha l’esclusiva. E soprattutto non vi è nessun comportamento generalizzabile tra i loro componenti. Abbiamo visto legali tradire il proprio assistito e politici tradire la propria parte; amministratori assegnare appalti agli amici degli amici e funzionari pubblici tradire lo Stato. Ma anche avvocati patrocinare gratuitamente e politici esalare l’ultimo respiro durante un drammatico comizio. E sindacalisti morire ammazzati per difendere la democrazia e i diritti dei propri rappresentati.

Bisogna aggiungere, però, che un sindacalista che inganna un lavoratore compie un atto particolarmente odioso, da far venire la bava alla bocca. Chiamato a difendere la parte debole, spesso inerme di fronte alla forza bruta del potere economico del padrone, il sindacalista venduto si macchia, e macchia l’intera categoria, di un gesto infame; e da paladino dei deboli si fa “traditore di colui che si fida”, figura confinata da Dante nel cerchio più basso dell’Inferno, subito prima di Lucifero.

Quando esplose il fenomeno “mani pulite”, un noto sindacalista avvezzo alla svendita dei diritti dei lavoratori corse dal proprio legale di fiducia per avere informazioni circa i rischi che correva. L’avvocato lo rassicurò: non essendo dipendente pubblico, il sindacalista non incorrere nei reati legati alla corruzione. Tirato un sospiro di sollievo tornò allegramente all’amena attività di buggerare i lavoratori gabbandoli con le chiacchiere, e a favorire le aziende ricevendone in cambio favori e valori. Non è un reato, ma quando c’incontra deve pur sempre abbassare gli occhi! Forse fissa la fossa infernale in cui sprofonderà.

Un altro nostro conoscente, ex sindacalista, affrontava invece la questione in termini per così dire filosofici, affermando che “il problema non è vendersi, ma trovare chi ti si compra”, insinuando pesantemente che non vi è necessariamente virtù nell’onestà. E magari non necessariamente nequizia nel malaffare? Che Dio ci salvi dai sofisti!

Non vogliamo ora tediarvi raccontando episodi di vero e proprio eroismo di molti sindacalisti di ieri e di oggi, che pure ci sarebbero e strapperebbero le lacrime dagli occhi. Ma tutti noi abbiamo potuto e possiamo constatare cosa succede quando il sindacato non c’è. Basta chiederlo a chi lavora in una piccola azienda dove ogni giustizia resta fuori dalla porta d’entrata. Provate. E capirete che anche la sola presenza del sindacato spesso fa la differenza tra lavoro e sfruttamento, rispetto e umiliazione, sicurezza e morte. Decenza e indecenza.

Le parti, insomma, non sono tutte uguali: c’è quella che persegue la giustizia e quella che pratica il privilegio, quella usa alla solidarietà e quella all’egoismo. Anche se gli onesti si trovano in ogni luogo, “in una parte più e meno altrove”.

Non sappiamo dire, perciò, della fedeltà coniugale delle mogli degli arbitri, ma possiamo assicurare che nella grandissima parte dei casi i sindacalisti non sono venduti. E, per carità!, che a nessuno salti in mente d’indagare ad epiteti invertiti.

Ivano Alteri
Frosinone 5 Maggio 2006

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